Maya




Un popolo di astronomi geniali?

Due ragazzini si avventurano, nottetempo, sulla Piramide detta "el castillo", a Chichen Itzà, nella giungla dello Yucatàn, nel sud del Messico. All'improvviso, un guardiano indio li sorprende. Dopo averli rimproverati, racconta loro una storia straordinaria: un'astronave aliena compie un atterraggio di fortuna nella giungla, e gli occupanti fanno amicizia con i Maya, insegnando loro (ma guarda) tutto quello che sanno, ed in particolare il loro stupefacente calendario.

A questo punto, nientepopodimenochè l'ologramma di Erich von Däniken, fondatore del Mystery Park, compare vestito da esploratore ed interrompe il racconto dell'indio. "Un attimo però!" esclama, "questa è una storia inventata!" Questa ammissione, un po' sorprendente da parte del padre dell'"archeologia misteriosa" è tuttavia immediatamente smentita dall'indio, che con voce ieratica continua dicendo che è così che viene raccontato da secoli…

È vero, i Maya avevano un calendario estremamente preciso (vedi il box) ma perché ogni meravigliosa conquista dell'ingegno umano deve essere stata un dono di visitatori extraterrestri?

Le culture mesoamericane hanno, sin dalla loro scoperta, sorpreso ed affascinato gli europei ed i nordamericani. Una delle ragioni, probabilmente, è che esse sono tra le culture più remote rispetto alla cultura europea, anche più di quelle asiatiche. Mentre tutti, in Europa, hanno sempre avuto sotto gli occhi, per così dire, le iconografie ad esempio egizie, come tutti sanno i primi sistematici contatti tra gli europei e le popolazioni centroamericane avvennero con i conquistadores nel XVI secolo. Ma gli spagnoli riportarono in Europa dal Messico per lo più metalli preziosi, spesso già fusi in lingotti: per avere in Europa le prime descrizioni dettagliate delle città perdute nella giunga yucateca bisogna aspettare il 1841, quando fu pubblicato il celebre "Incidents of Travel in Central America, Chiapas and Yucatan". Due inglesi, John L. Stephens ed il disegnatore Frederick Catherwood, girano a lungo tutta la penisola e la regione del Chiapas, raccontando e riproducendo tutto quello che vedono. I due viaggiatori si rendono conto della grandiosità artistica di quello che trovano, ed il libro (insieme ad una altro, più lungo, che seguirà un secondo viaggio) hanno un enorme successo, contribuendo a fondare l'interesse per l'archeologia mesoamericana.

Un effetto di questa distanza culturale è la difficoltà dei non esperti a "leggere" i simboli e le stilizzazioni usati, ad esempio, nelle decorazioni dei templi: ci appaiono così alieni che potrebbero davvero venire da un altro pianeta!

Un ottimo esempio è proprio il "pezzo forte" delle argomentazioni di von Däniken sui contatti tra le popolazioni mesoamericane e gli extraterrestri: la famosissima "Pietra di Palenque". Si tratta del coperchio di un sarcofago lungo un paio di metri, riprodotto a grandezza naturale nel padiglione dedicato ai Maya.



Beatrice, Andrea e Mariano contemplano la riproduzione

Il bassorilievo è ben noto agli archeologi, che conoscono persino il nome del personaggio raffigurato sulla lastra: si tratterebbe di Pakal, re di Palenque, nel Chiapas, dal 615 d.C. al 683, anno della morte. La Pietra è riprodotta in grandezza naturale al Mystery Park; leggiamo la descrizione che ne fa von Däniken, nel suo bestseller Chariots of the Gods:

Ecco un essere umano seduto, con la parte superiore del corpo piegata in avanti come il pilota di una moto. Oggi anche un bambino identificherebbe il suo veicolo con un razzo. Ha una forma anteriore a punta; poi si modifica, con tacche stranamente incavate che sembrano portelli di immissione, e si allarga, per finire poi con una fiammata terminale. L'essere inclinato manipola una serie di indefinibili controlli e il tallone del piede sinistro preme su una sorta di pedale. […] Il nostro viaggiatore spaziale (perché chiaramente è ritratto come tale) non solo è rigidamente piegato in avanti, ma sta anche fissando un apparecchio appeso davanti al suo viso.

Ma davvero l'intuito ci aiuta nella lettura del bassorilievo? In realtà l'immagine, salvo la figura umana, non è molto diversa da altre che si possono trovare in altri bassorilievi: ad esempio, in una raffigurazione proveniente da "tempio della croce", sempre a Palenque.



Bassorilievo dal Tempio della Croce, Palenque

Ma ecco come un archeologo che conosca la cultura Maya interpreterà gli strani oggetti che formano l'immagine, stilizzati in un modo così diverso dal nostro dal renderceli quasi irriconoscibili:



La Pietra di Palenque

Gli elementi più importanti che circondano la figura di Pakal, rappresentato nel momento di abbandonare la vita terrena e discendere agli inferi sono quattro:

  • In giallo, il Quetzal, uccello sacro ai Maya; a quanto pare Von Däniken, in un'intervista, ad una domanda su cosa rappresentasse il disegno di un uccello in cima all'astronave rispose "Non lo so, forse simboleggia il volo"…
  • In rosso, l'oggetto a forma di croce è l'Albero del Mondo, le cui radici stanno nell'oltretomba e che raggiunge il cielo con le sue fronde più alte. Rappresenta la Via Lattea, la strada per raggiungere l'oltretomba. Oltre ad essere uno dei simboli più pervasivi, specialmente a Palenque, è (secondo alcuni) una rappresentazione stilizzata della pianta del mais, la coltura più importante per l'economia (e nella dieta, ancora oggi invece del pane si usano in continuazione piccole tortillas di mais) dei Maya: i puntini alle estremità dei tre bracci rappresentano i chicchi raggruppati sulla pannocchia. In altre interpretazioni la pianta è quella del Kapok, il più alto albero nella giungla messicana. La struttura è identica nell'altro esempio, quello del "tempio della croce".
  • In azzurro, il serpente a due teste che rappresenta l'eclittica: la linea nel cielo lungo la quale si muovono apparentemente i pianeti sullo sfondo delle stelle fisse, attraversata dalla Via Lattea.
  • In verde, al di sotto della figura di Pakal, si trova il volto feroce del Mostro della Terra, guardiano dello Xibalba, l'oltretomba Maya.

    L'immagine è così chiaramente divisa in tre sezioni: il cielo, il mondo dei vivi e l'oltretomba. Ne viene fuori una complessa simbologia, che ci può insegnare molto sulla cosmogonia, ma anche più semplicemente sull'economia e sulla cultura, dei Maya. A meno che, ovviamente, non si preferisca pensare ad un astronauta…

    Bibliografia

    J. L. Stephens, F. Catherwood, Incidents of Travel in Yucatan (1843)
    K. L. Feder, Frodi, miti e misteri. Scienza e pseudoscienza in archeologia, Roma: Avverbi (2004)
    W. H. Stiebing Jr., Antichi astronauti: dalle pile di Babilonia alle piste di Nazca, Roma: Avverbi (1998)

     Il calendario dei Maya

    I Maya avevano, è noto, uno dei più sviluppati e precisi calendari dell'antichità (accumula un solo giorno di ritardo ogni 5000 anni!).



    Volantino del Mystery Park (particolare)

    Nel volantino del Mystery Park riprodotto qui sopra, come nella scenografia del settore Maya, i diversi periodi del calendario sono rappresentati come ruote dentate collegate una all'altra.

    Ma questa rappresentazione, qualunque cosa ne dica il personaggio del filmato, è una invenzione moderna usata in tutti i musei del Messico per spiegare il calendario ai visitatori… non sono mai state ritrovati ingranaggi negli scavi archeologici di siti Maya!

    Approfondimenti

    Una buona presentazione di come funziona il calendario Maya si trova in George Gheverghese Joseph, C'era una volta un numero, Milano: Il Saggiatore (2000).
    Sul web se ne possono trovare diverse descrizioni, ad esempio qui.


     Trivia

    Nella ridente località siciliana di Acibonaccorsi hanno la loro sede i Birrifici Maya, produttori dell'omonima birra Maya; è forse a costoro che si sono ispirati gli architetti di Interlaken nel realizzare questa piramide odontoteca, ai cui rubinetti si sta per affidare Stefano Bagnasco...

    Per informazioni, contattare i Birrifici Maya, Piazza Bellini 7, Acibonaccorsi (CT) e chiedere di Carmelo.

    Testi a cura di Stefano Bagnasco