Il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) è un'organizzazione scientifica e pedagogica che promuove un'indagine scientifica e critica nei confronti delle pseudoscienze.


Processo ai fantasmi

Giandujotto scettico n° 55 del 16/1/2020

Questa è la storia di un poltergeist e di un processo avvenuto nel novembre 1933, come fu riferito all'epoca da alcuni fra i maggiori organi di stampa italiani.

I fatti risalivano all'ottobre precedente.

In quel mese, due persone, un cieco di guerra, Mario Vercelli (rimasto invalido nella Prima guerra mondiale) e la sorella Francesca, si erano recati dal parroco di Celle Enomondo, un paesino in provincia di Asti, chiedendo che gli fosse risolto problema: la loro abitazione era infestata dagli spiriti. I due abitavano in una cascina della borgata Merlazza, un pugno di case a sud del capoluogo comunale, e da alcuni giorni, come racconterà La Stampa del 19 novembre 1933,

avvenivano cose straordinarie e impressionanti: chiavi che sparivano e andavano a finire in mezzo al carbone, serrature di porte che se ne andavano a spasso per la casa, letti che si disfacevano, lenzuola che volavano dalla finestra ed altre coserelle del genere.
Celle Enomondo com'era agli inizi del XX secolo vista da Moschetto, a meno di due chilometri dal luogo della nostra storia
Celle Enomondo com'era agli inizi del XX secolo vista da Moschetto, a meno di due chilometri dal luogo della nostra storia.

Seguente un copione altamente ritualizzato, il parroco consigliò ai due di pregare per allontanare gli "spiriti maligni presi da furia vandalica". E, per maggior sicurezza, si recò a benedire la casa. Come è quasi la norma per le storie di “infestazioni” collocata nell'era della modernità, però, l'acqua santa non sembrò impressionare più di tanto gli spiriti, che il giorno dopo alla visita del prete rincararono la dose, con

sacchi che volavano per la camera, sedie capovolte che danzavano in cucina, stoviglie, bicchieri e bottiglie che passavano di mobile in mobile frantumandosi, attaccapanni che pestavano a terra gli abiti a loro appesi, pomidori lanciati contro al muro ecc.

Una vera e propria "casa stregata", insomma. Inoltre - riferiva il Corriere della Sera sempre il 19 novembre - quando il parroco era entrato nella cascina tutte le luci si erano accese misteriosamente. Il sacerdote ci riprovò: asperse d'acqua benedetta ogni camera, il solaio e le cantine, pregò lungamente; ma invano. I fenomeni continuavano. Anzi, si verificarono fatti nuovi e sconcertanti:

Alcuni indumenti della signorina Francesca e del fratello vennero trovati tagliuzzati. Uguale sorte toccò a scarpe, mutande, camicie, coperte da letto, fodere per cuscini. Diversi specchi, senza causa apparente, andarono in frantumi. Altri indumenti della signorina Francesca, staccatisi dagli attaccamenti, dopo aver graziosamente volteggiato per le camere, andarono villanamente a sbattere sul capo della legittima proprietaria. Il 16 ottobre poi, i Vercelli dovettero digiunare. Non fu loro possibile far bollire la pentola al fuoco. Per ben tre volte il fuoco si spense; poi, siccome i Vercelli, che avevano fame, si ostinavano ad accenderlo, i tizzoni ardenti cominciarono a volteggiare per la casa minacciando di appiccar fuoco ai mobili. In quell'occasione, infatti, una sedia rimase in parte bruciacchiata.

I fenomeni proseguirono nei giorni seguenti, con stoviglie in frantumi, gemiti e grida soffocate udite in piena notte, e infine - ciliegina sulla torta - una serie di piccoli incendi nelle camere, nella stalla, nel fienile. Piccoli focolai si accendevano nei luoghi e nei momenti più impensati. A quel punto i due, stremati dal fenomeno, decisero infine di lasciare la cascina e stabilirsi a Torino.

Ma ecco che in occasione di uno di questi incendi - che aveva ridotto in cenere alcuni indumenti per un valore di circa 800 lire, però coperte da assicurazione - intervennero i Carabinieri della stazione della vicina San Damiano d'Asti, competente per territorio. I militari non credettero nemmeno per un istante alla storia degli spiriti, e finirono per arrestare altri due residenti della cascina: la moglie del cavalier Vercelli, Giulia Franco, e la figlia Giuseppina, quattordicenne.

Il poltergeist prendeva infatti di mira solo il capofamiglia e la sorella, mentre lasciava sospettosamente in pace gli altri abitanti della cascina. Un piano architettato per spaventare le due vittime e per convincerle a trasferirsi a Torino, suppose la Procura di Casale Monferrato.

Un'ipotesi non del tutto campata in aria: anche in altre occasioni si sono avuti casi di persone spaventate dai "fantasmi", che si sono poi rivelati familiari o conoscenti interessati a scacciare le vittime dalle loro abitazioni, come nella meravigliosa vicenda cuneese di Senofonte Squinabol o in quella torinese del quartiere Crocetta.

Ne seguì un processo per incendio doloso, con tanto di perizie e controperizie. La signora Franco fu assistita da una perizia del professor Edoardo Audenino, psichiatra dell'Università di Torino e al tempo noto appassionato di metapsichica (lo abbiamo già incontrato in un altro poltergeist, quello verificatosi nel 1935 in via Roero di Cortanze, a Torino). Alle fine le due imputate finirono assolte: non era stato possibile dimostrare in maniera inequivoca che fossero state loro a mettere in scena l'infestazione.

Ma tutto questo trambusto doveva aver spaventato gli spiriti maligni, e l'assoluzione da parte del tribunale non gli fu sufficiente: i fenomeni misteriosi, nell'attesa del pronunciamento da parte del giudice, erano prudentemente cessati, e della cascina infestata di Merlazza, in breve, non si parlò più, e neppure sappiamo come sia proseguito il ménage, con una moglie accusata di mimare i fantasmi per far smuovere il marito dalla pianura astigiana.

Quel che è certo è che fonti di stampa successive (Gazzetta d'Asti de 25 settembre 1959 e del 25 settembre 1969) diedero il Vercelli (col nome di battesimo di Ernesto - gli articoli dei tempi del fenomeno lo chiamavano Mario) sempre intento a coltivare con perizia le sue viti presso Celle Enomondo, assistito dalla famiglia di origine. Dal suo borgo natio non si spostò mai.

Sofia Lincos e Giuseppe Stilo



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