Il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) è un'organizzazione scientifica e pedagogica che promuove un'indagine scientifica e critica nei confronti delle pseudoscienze.


Un'accusa del sangue nel Piemonte del XIX secolo

Giandujotto scettico n° 32 del 28/2/2019

Mord Ritualny (“Assassinio rituale”), quadro di Karol de Prevot (1670 ca. - 1737), inizi del XVIII secolo, una delle tante rappresentazioni dell'accusa del sangue contro gli ebrei.
Mord Ritualny (“Assassinio rituale”), quadro di Karol de Prevot (1670 ca. - 1737), inizi del XVIII secolo, una delle tante rappresentazioni dell'accusa del sangue contro gli ebrei.

C'è poco da fare. Nel sentire comune l'antiebraismo è associato all'abisso che l'Europa raggiunse con il nazismo. Sullo sfondo ne rimangono mille altri: quello dei regimi comunisti moderni e di parte del mondo islamico contemporaneo, quello romano e successivamente quello cristiano, che ha duemila anni.

Quando si parla di quest'ultimo, la sensazione è che l'Illuminismo settecentesco, con la sua relativizzazione delle credenze religiose, lo abbia spazzato via, e che sia poi rinato con i nazisti, dopo la Prima Guerra Mondiale. In realtà, voci, dicerie, favole oscure sugli ebrei sono sempre state con noi, con la nostra storia, anche durante i sommovimenti del XIX secolo che portarono alla nascita del Regno d'Italia.

La somma di ogni leggenda oscura contro Israele è l'accusa del sangue, cioè quella di utilizzare in segreto sangue di cristiani per scopi rituali, magari per parodie della cena eucaristica o per impastarlo col pane azzimo della Pasqua.

Oggi vi racconteremo una vicenda piemontese di metà Ottocento di accusa del sangue, citata in diversi libri e articoli, ma di solito solo per sommi capi.

Dobbiamo la conoscenza di un buon numero di dettagli sui disordini antisemiti che funestarono Acqui Terme intorno alla Pasqua dell'anno 1848 a Salvatore Foa, professore di lettere a Torino e storico dell'ebraismo piemontese, che ne parlò diffusamente nel 1913 (vol. LXI, 30 aprile, pp. 243-251) su una rivista fondamentale per la comprensione dell'ebraismo italiano post-unitario, Il Vessillo israelitico, che aveva la sua redazione a Casale Monferrato.

Foa se ne occupò in un articolo che presentava il modo in cui la comunità ebraica della cittadina del Monferrato visse i mesi del 1848 che videro la concessione delle libertà, nello Stato Piemontese, ai valdesi e agli ebrei, rispettivamente il 17 febbraio e il 29 marzo.

Discorsi dai toni celebrativi per re Carlo Alberto, l'invocazione della protezione del Signore per il sovrano liberatore, la riconoscenza delle minoranze religiose per la fine delle discriminazioni: questi gli accenti di quel periodo. Anche gli ebrei di Acqui fecero così.

Il 2 aprile di quell'anno, nella sinagoga di Acqui, il rabbino maggiore, Abram Ottolenghi, pronunciò una lunga preghiera in ebraico per chiedere la grazia celeste sul sovrano. Allo stesso tempo, la comunità ebraica disponeva la distribuzione di sacchi di meliga ai “fratelli cristiani” poveri e un dono in denaro per l'acquisto di armi per la Guardia Comunale.

Purtroppo, pochi giorni dopo, si verificarono i fatti tristi che ci interessano e che, come scriveva Salvatore Foa, rappresentavano “il rovescio della medaglia” dell'avvenuta emancipazione di ebrei e protestanti, che peraltro aveva suscitato un po' in tutto il territorio piemontese, tranne che nel clero cattolico più conservatore, manifestazioni d'entusiasmo.

Sappiamo ciò che avvenne perché Salvatore Foa disponeva della relazione presentata, in data 26 aprile 1848, all'intendente della provincia di Acqui Terme (nella “divisione” di Alessandria), cioè il titolo che nel Regno di Sardegna aveva colui che, con l'unità nazionale, sarebbe diventato il prefetto. Foa non spiega chi redasse quella relazione manoscritta, ma di certo era già pronta meno di settantadue ore dopo l'inizio degli eventi.

Secondo questo verbale, nel tardo pomeriggio di domenica 23 aprile 1848, giorno di Pasqua, un giovane, figlio di un certo Bartolomeo Timossi, entrò armato di coltello a serramanico in quello che fino a poco prima era il ghetto di Acqui, e qui prese a minacciare un ebreo, Marco Debenedetti, e poi a colpire a pugni in testa un israelita settantenne, Beniamino Levi, che si difese col bastone che aveva in mano.

In quel mentre, però, passava per strada Bonajut Ottolenghi (1816-1899), che faceva parte della milizia comunale, l'antesignana dell'attuale Polizia locale. Per qualche momento Ottolenghi parve convincere Timossi a desistere dai suoi propositi aggressivi ma questo, appena gli fu possibile, lo afferrò cercando di accoltellarlo. Un soldato della Brigata Acqui accorse, strappò di mano il coltello al ragazzo e lo spinse via.

Il problema è che Timossi stava accompagnando, prima del suo tentativo di aggressione, un bambino di quattro anni circa, figlio di un certo Vasario, che lavorava il rame. Il piccolo, vista la rissa in corso, fu portato da alcuni passanti in un'abitazione vicina. E qui cominciò la vera follia collettiva. Il padre del bambino venne avvisato della “sparizione”, ed entro un quarto d'ora, con una quindicina di persone di religione cattolica, entrò nel ghetto, per “liberare” il figlio da quello che ormai era agli occhi del gruppo un rapimento ad opera degli ebrei. Nella colluttazione fu ferito un altro ebreo, certo Salom Debenedetti. Il manipolo si mosse per mettere “a fuoco le abitazioni degli Israeliti, gridando che era giunto il momento opportuno di trucidarli tutti”. Siccome proprio in quel momento parecchia gente usciva dalla vicina cattedrale, dove si era svolta la messa, uditi i clamori in molti accorsero “colla stessa colpevole trama di fare man bassa su tutti gl'Israeliti”. A quel punto, tra gli ebrei,

la costernazione s'introdusse nelle famiglie, s'impossessò specialmente dei cuori delle donne e dei ragazzi, i quali tutti unitamente agli uomini furono costretti a racchiudersi nelle loro abitazioni in cui arrivarono colpi di grosse pietre accompagnate dalle grida di morte agli Ebrei.

Secondo la relazione il Vasario, già noto per i suoi sentimenti antisemiti, avrebbe avuto un ruolo centrale nell'eccitare i concittadini, e solo a stento venne persuaso da altri cattolici che il bambino, nel frattempo, era già stato riaccompagnato a casa e lì si trovava sano e salvo. Quando la sommossa stava per prendere la piega peggiore, continua il documento, giunsero la Guardia Civica e i Carabinieri, che riportarono l'ordine, ma solo per un po'. Più tardi, nella zona di Contrada Nuova si ebbe un altro tumulto antiebraico, rapidamente contenuto dalle “principali autorità e da molti ragguardevoli e benemeriti cittadini.” Anche il giorno seguente, ossia lunedì 24 aprile, si ripeterono assembramenti e grida ostili di contadini cattolici nei vicini comuni di Strevi, Visone e Moirano, contornati da non meglio precisati “attentati sediziosi”. La Guardia Civica fu impegnata a disperdere i violenti sino alle dieci di sera. Poi, a quanto pare, il ciclo di atti ostili si esaurì.

Non pago di quanto appreso dalla relazione del tempo, in vista dell'uscita del suo articolo sul Vessillo israelitico, Salvatore Foa contattò la famiglia Ottolenghi ad Acqui Terme. Erano passati sessantaquattro anni, ma la memoria di quelle giornate tragiche si era trasmessa per via orale.

L'avvocato Raffaele Ottolenghi (1860-1917), che poi era un figlio di Bonajut, inviò una memoria scritta a Foa, che la pubblicò. È la testimonianza diretta di come quella famiglia ricordava il pericolo estremo che aveva corso in quella occasione.

L'avvocato racconta al suo interlocutore il clima d'entusiasmo che suo padre visse a Torino nei giorni in cui furono proclamate, quaranta giorni circa dopo quelle per i protestanti valdesi, anche le libertà civili per gli ebrei del Regno di Sardegna. Ma il clima “nella piccola città reazionaria” era diverso da quello della capitale.

Che il sentimento fra gli strati popolari italiani, a metà Ottocento e ancora a lungo, in seguito, non fosse quello della benevolenza verso gli ebrei che andavano emancipandosi lo spiega bene, ad esempio, lo storico Andrew Canepa in un suo saggio su La Rassegna Mensile di Israel, (vol. 47, n. 1/6, gennaio-giugno 1981, pp. 45-89), in cui si occupa proprio dell'opposizione popolare all'emancipazione in Piemonte. Per inciso: il lavoro di Canepa è una delle poche fonti a soffermarsi in modo significativo sulla vicenda che oggi approfondiamo.

Lasciamo però la parola alla relazione di Ottolenghi:

Era il Venerdì Santo. Un giovane stagnaro, garzone nella officina di certo Vasari, con un bambino del suo padrone per mano, traversò il Ghetto. Un vecchio Ebreo, che veniva in direzione opposta, sembra che urtasse inavvertitamente il bambino. Ciò bastò perché il Timossi inferocisse: “Voi altri Ebrei volete rubarmi il bambino del mio padrone, per ucciderlo, e usarne il sangue per gli Azzimi?”

Come si vede, ci sono alcune discrepanze rispetto alla relazione coeva ai fatti, dovute probabilmente al lungo processo di trasmissione orale della testimonianza: Vasari al posto di Vasario, la data degli eventi spostata dal giorno di Pasqua al Venerdì Santo, una dinamica degli inizi dei disordini piuttosto diversa… Ma la ragione di quella persecuzione rimane ben ferma nel ricordo: era l'accusa del sangue, quella che voleva gli ebrei rapitori e dissanguatori di bambini cristiani. Una calunnia millenaria, che nel corso dei secoli divenne sovente il pretesto per rappresaglie e soprusi, con arresti, torture e condanne a morte nei confronti dei presunti colpevoli. Nel 1855 a Badia Polesine, allora parte dell'Impero Austro-ungarico, una donna affermò ad esempio di essere stata rapita, imprigionata e sottoposta a salassi da alcuni ebrei. Il processo stabilì che l'accusa era stata inventata, probabilmente per giustificare un'assenza da casa, e condannò la calunniatrice a sei anni di carcere duro. Assai peggio andranno le cose nel 1946 a Kielce, in Polonia. Circa quarantadue persone vennero uccise dopo che un bambino di circa nove anni aveva raccontato di essere stato rapito da ebrei. Ad Acqui, per fortuna, le violenze non ebbero gravità estreme. Le conseguenze si limitarono alle botte, alle minacce e ai sassi scagliati contro le case del ghetto.

Secondo Foa, parte della rabbia fu innescata dal fatto di vedere Bonajut Ottolenghi con l'uniforme della neonata Guardia Civica, un privilegio di cui alcuni non ritenevano degno un ebreo.

Raffaele Ottolenghi ha parole dure per il vescovo cattolico di Acqui, il frate Modesto Contratto (1798-1867). Sostiene che, pregato di intervenire, “si recusò”, e lo dipinge come un “tristo cappuccino” e un antisemita inveterato, accusandolo di aver sottratto i figli di famiglie ebraiche per costringerli al cattolicesimo (cosa che, almeno sulla carta, per la legislazione sabauda pre-1848 era ancora possibile sia nei confronti degli ebrei sia dei protestanti valdesi). Non sappiamo se la cosa avesse fondamento, ma dieci anni dopo sarebbe scoppiato il celebre scandalo legato alla sorte di Edgardo Mortara, il bambino bolognese portato via ai suoi genitori dalle autorità dello Stato pontificio per essere allevato da cattolico.

Ad Acqui, per quanto ne sappiamo, a fronte dei tumulti il clero cattolico preferì non intervenire. Scontri violenti furono invece evitati dall'autorità pubblica, che si trovò a gestire anche gli esagitati sopraggiunti dai paesi vicini alla voce che si doveva demolire il ghetto e saccheggiare le case degli ebrei. Ottolenghi descrive questi uomini come contadini, per lo più armati di “pali e picchi”, che però andavano a formare una folla di migliaia di uomini.

Al culmine dei tumulti il conte Blesi, esponente di una delle famiglie di più antica nobiltà dell'Acquese, nonché sindaco della città, entrò in casa Ottolenghi consigliando il padre di Bonajut in questi termini:

Sarà bene dare una soddisfazione a questa gente. Poiché le ire del popolo hanno scelto a bersaglio suo figlio, lo condurremo in prigione. Della sua vita ci facciamo mallevadori noi, che lo accompagneremo fino sul Castello.

Bonajut fu condotto attraverso la città fino al carcere giudiziario, che aveva appunto sede nel castello di Acqui, in mezzo a una folla che lo accusava di “assassinio rituale”. Raffaele Ottolenghi, tuttavia, spiega anche che diversi macellai che fornivano pelli a Bonajut (aveva una conceria) si frapposero coraggiosamente rispetto alla folla, facendogli scudo.

Un altro ebreo, Leone Ottolenghi, per cercare di disperdere i più esagitati sparò un colpo di pistola in aria. La sua casa fu presa di mira da una fitta sassaiola. L'intera famiglia dovette passare la notte in cantina, per paura di essere colpita.

Solo il sopraggiungere di un drappello di cavalleria da Alessandria ristabilì l'ordine in modo definitivo, permettendo il rilascio di Bonajut Ottolenghi.

Nella sua relazione il discendente del malcapitato non ha parole di odio per i suoi concittadini, anzi, riesce a conservare un guizzo di ironia. E, per meglio far vedere che quelle ombre nere per lui erano disperse, conclude la relazione spedita a Foa con un particolare divertente: un fratello del principale agitatore di quei giorni, quel Bartolomeo Timossi che urlava oscenità antisemite, diventò un politico illuminato, di sentimenti progressisti. Tempo prima, costui aveva coronato il suo sogno d'amore, volendo proprio

a compagna della sua vita una fanciulla d'Israele, una gentile signorina di Asti.

Sofia Lincos e Giuseppe Stilo



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