Il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) è un'organizzazione scientifica e pedagogica che promuove un'indagine scientifica e critica nei confronti delle pseudoscienze.


Monferrato, anno 1900: la triste storia di una ragazzina e delle sue visioni

Giandujotto scettico n° 13 del 7/6/2018

Centoventi anni fa Àlice Bel Colle, nell’alessandrino, aveva una popolazione quasi tripla di quella odierna. Proprio all’alba del secolo scorso, nella primavera del 1900, questo paese fu teatro di una vicenda dagli esiti sostanzialmente tragici. Una ragazza di estrazione modesta che viveva la sua prima adolescenza, non originaria del posto e che era a servizio presso una famiglia del paese, cominciò a riferire di sue visioni che avevano per oggetto - come frequente nei Paesi di cultura cattolica - la Madonna.

Si direbbe una vicenda dimenticata. Suscitò scalpore, ma per poche settimane. La mobilitazione popolare nei paesi dei dintorni fu subito assai vasta, ma fu soltanto quando la stampa locale s’impadronì della cosa che intorno a Giuseppina Piana, contadina di dodici-quattordici anni giunta dall’Appennino ligure, si accese una contesa utile per notare i rischi che si corrono se nei giudizi non si usano il pensiero critico e l’armamentario dello scetticismo.

Quando la vicenda esplose Cronache Acquesi, un modesto periodico locale, usciva da poco più di sei mesi. Avrà vita effimera: sopravviverà ancora per un un anno e mezzo. Fu proprio questo periodico locale, oggi difficile da reperirsi, a render celebre il caso che per tre settimane attirò l’attenzione di parecchi italiani. Sappiamo che Cronache Acquesi se ne occupò subito e con grande enfasi, tanto che il 7 maggio La Stampa si servì di quei resoconti per spiegare a una platea assai più vasta che cosa stava accadendo ad Alice.

immagine di libero utilizzo, da pxhere.com
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Nella primavera del 1900 Giuseppina Piana, nativa di Campo Ligure, paese dell’Appennino genovese al confine con la provincia di Alessandria, era orfana di madre (altre fonti parleranno di genitori separati). Veniva descritta come un’adolescente di quattordici anni in buona salute.

L’aria del tempo però era quella che s’intravede subito dal resoconto di Cronache Acquesi: la ricerca spasmodica della tara, dell’ereditarietà e della rilevabilità di tratti che potessero render conto di ciò che aveva catapultato il paese monferrino all’onore delle cronache. La ragazza appariva sana, sì, ma un suo avo - si spiegava da subito - sarebbe stato “uno smodato bevitore”, tanto da finire in manicomio.

Tutto sarebbe iniziato la sera del 20 aprile, mentre Giuseppina lavorava la terra in località Sabbione, sul lato sinistro della strada che arrivava ad Alice Bel Colle da Acqui Terme. È un’area tuttora usata per l’agricoltura. Dei dettagli di quanto la ragazza riferì - non particolarmente originali - diremo più avanti.

Subito però compare l’idea di un’evidenza tangibile: sul terreno restano le impronte dei piedi nudi della Madonna, che saranno viste dalla signora presso la quale Giuseppina è a servizio. Un cespo di rose, inoltre, appare dove la visione si manifesta. Giuseppina riceve l’ordine di bagnarle tutte le mattine e le visioni si ripetono da allora ogni giorno.

Migliaia di persone cominciano ad accorrere sul posto. Domenica 8 maggio, dirà La Stampa del 9, la folla sarebbe stata “grandiosa”. La notizia giunge ai giornali di mezza Italia. Cronache Acquesi descrive le “guarigioni” da dolori reumatici, esiti di cadute, dolori di stomaco dei pellegrini… alcuni raccolgono o addirittura ingurgitano il fango del punto in cui Giuseppina vede comparire la figura ritenendolo dotato di capacità taumaturgiche.

Chi detiene il controllo sociale però legge quanto accade secondo schemi che presto schiacceranno la ragazzina. Un medico, il dottor Ghilia, parla di “mania religiosa dipendente da isterismo”. Il parroco, don Giuseppe Lanza, riceve dal vescovo di Acqui il consiglio di restare in disparte. I religiosi locali, per quanto ne sappiamo, almeno in pubblico si terranno sino alla fine ai margini della controversia.

Fu a questo punto che La Stampa si gettò nella mischia in maniera diretta. L’edizione del 13 maggio presenta in prima pagina un articolo tanto lungo da dover proseguire nella seconda. Contiene dettagli interessanti. Il pezzo è firmato “c. d.”. Vedremo dopo che è possibile capire di chi si trattava.

L’inviato del quotidiano torinese arriva in treno ad Alice nella prima serata di venerdì 11, stupito che con lui scendesse solo una trentina di contadini che pregando in silenzio, dirigono verso il paese. Eppure i giornali hanno annunciato che secondo la ragazza quello previsto per il 12 maggio sarà l’ultimo show della serie delle visioni. All’apparenza in paese non sembra esserci traccia delle folle delle volte precedenti.

Ironia della sorte, la casa in cui da due mesi e mezzo è a servizio Giuseppina è in vicolo della Madonnina, una trasversale della strada principale che attraversa il paese. La proprietaria è la signora Maria Renga, vedova Massa.

La datrice di lavoro della veggente la introduce a C.D. e a un altro giornalista. Non è affatto macilenta e tormentata, come lui aveva sospettato, ma una bella ragazzina che, malgrado l’aspetto, ha solo 12 anni e mezzo e non 14, come era stato scritto in precedenza. Gli appare però irrequieta, muove di continuo braccia e gambe. Si presta a raccontare ciò che dice esserle capitato a partire dal 20 aprile.

Mentre si trova a vangare nel grande campo ai confini orientali del paese e sta cantando le appare, sorretta da una nube, una donna con il braccio un bambino. Ha intorno una luce candida, con la mano sinistra sorregge la veste. Giuseppina cade in ginocchio, afasica, e quella le fa un segno benedicente chiedendo che gli alicesi rafforzino la loro fede. Poi si rialza in cielo mentre il bambino con pollice, indice e medio alzati allude alla Trinità. La Vergine parla in italiano, la bambina ad ogni apparizione le risponde nel suo dialetto, il monferrino-ligure.

Mentre parla col giornalista, qualcuno porta in casa quadretti sacri, doni e un gran numero di lettere che giungono a Giuseppina da ogni parte d’Italia, in specie dalla Lombardia, dal Veneto, dalla Romagna. Una donna di Roma le scrive che la Madonna le è apparsa in sogno e chiede alla veggente di avvertire il parroco che la Vergine vorrebbe una processione in paese: a quella richiesta Giuseppina sorride e ribatte che, se la Madonna avesse desiderato qualcosa, lo avrebbe senz’altro detto a lei nel corso delle apparizioni che da allora si sono ripetute...

Dopo un’oretta il giornalista va a vedere il campo delle visioni. Lì capirà dove sono le masse di cui si è parlato: un enorme numero di persone è accampato in attesa dell’ora del fenomeno - a dire il vero decisamente scomoda - le 4 del mattino. Sono presenti almeno trenta carabinieri, si vendono panini e bibite, sono erette baracche per la notte.

Si stima che si siano radunate circa ventimila persone.

Alle 2 e mezza del mattino la ragazza, vestita a festa e scortata da due carabinieri, esce di casa e viene accompagnata sul luogo delle visioni. La ragazza rimane a colloquio per circa un quarto d’ora con la sua Madonna. Poi assume un aspetto angosciato e chiede alla Vergine di lasciarle “un ricordo”. Si alza piangendo, viene riportata a casa dove continua a gemere. Piange così tanto - spiega - perché la visione non ha risposto alla sua richiesta di un “ricordo” (qualcosa di constatabile da tutti?) ed appare “esausta, quasi convulsa”.

È da qui in poi però che Giuseppina perderà, nei resoconti, il ruolo di (involontaria?) protagonista della scena. Da ora in poi tutti parleranno al posto suo. La voce del potere - sempre maschile e sempre paludato - farà sparire quella di una contadina alle soglie dell’adolescenza.

Il parroco, don Giuseppe Lanza, e il vice-parroco, don Giuseppe Croce, negano qualsiasi interessamento specifico del vescovo di Acqui, ma non si trattengono dal produrre la lettera di un uomo del vicino paese di Cassine che dice di essere guarito da “tarsalgia a entrambi ai piedi, postumo di influenza”, dopo una visita sul luogo delle visioni… Più avanti, altri organi di stampa cattolici piemontesi assumeranno una posizione più aggressiva sulla vicenda.

I prediletti dai media però non sono i preti: sono i medici. Il condotto del paese, dott. Pallavicini, si schermisce ma spiega che ha visto altre due bambine del posto, Rosina Roffredo e una certa Pollacino, che dicono anche loro di aver visto per varie mattine di seguito la Madonna, dando dettagli identici a quelli di Giuseppina.

Ma gli interventi più pesanti dell’autorità medica saranno altri. Il 12 maggio Cronache Acquesi spiegherà che due giorni prima ad Alice Bel Colle era giunto il dottor Luigi Frigerio (1847-1918), direttore del manicomio di Alessandria. Dalle sue osservazioni sulla ragazza si convincerà trattarsi di “isterismo”, frutto di “un’allucinazione ipnagogica” probabilmente in relazione con la fase puberale. Tutto doveva essere stato accompagnato poi “dall’altrui suggestione”.

Questo intervento avrà da lì a breve conseguenze nefaste per Giuseppina.

Quando un pezzo da novanta come lo psichiatra Cesare Lombroso aprirà il fuoco, i giochi saranno già fatti. L’intervento di Lombroso è alluvionale. Occupa un terzo della prima pagina de La Stampa del 18 maggio 1900. I toni sono “scientifici”, il linguaggio da tavolo anatomico.

Lo psichiatra all’inizio sembra voler restare sullo sfondo: non ho documenti sufficienti, dice, ma solo per aggiungere che aveva avuto notizie in primo luogo dal corrispondente della Stampa, “il sig. Demaria”. È probabile che costui corrisponda al “c. d.” del pezzo già visto, ossia al giornalista Cesare Demaria (1862-1933). Aveva poi visto gli articoli delle Cronache Acquesi che avevano lanciato la storia e aveva ricevuto notizie dal pretore di Acqui Terme, dottor Gino Bruni. Così Lombroso diventava un torrente in piena.

Oltre a lui, il già visto professor Frigerio, direttore del manicomio alessandrino e stretto collaboratore e amico di Lombroso, aveva esaminato una foto “esattissima” di Giuseppina che

non porta impronta di quei caratteri degenerativi che sono così frequenti nei neuropatici, specie ereditari. Solo mi parrebbe con molto dubbio… di notare per una contadina di 14 anni uno sviluppo maggiore di quello che non si noti nelle contadine, una fisionomia quasi da donna…

Inoltre

è da notare che se non esistono forme morbose nei parenti, tuttavia il vizio, o almeno la tendenza immorale fu constatata nella madre, e che un cugino, per quanto lontano, è pazzo.

Poi però Lombroso calcava la mano. Un medico aveva tentato di ipnotizzarla e la ragazza era rimasta assai impressionata, “turbata fino a starne male”, cosa che faceva ipotizzare un qualche tipo di isterismo “o almeno una facilità alla ipnotizzazione”. Negli anni prepuberali era stata sottoposta alle tensioni della separazione dei genitori e pochi mesi prima dei fatti aveva prestato servizi faticosi “non corrisposti da alimenti abbondanti”.

Per questo, trovo molto probabile che essa, predisposta da una certa eredità morbosa, da una cattiva nutrizione, da recenti e anche antichi turbamenti, ed impressionata da quella lettura, abbia avuto allo stesso modo un sogno od allucinazione ipnagogica della comparsa della Madonna, le cui tracce, invece di disperdersi come nella maggior parte dei sogni, abbiano preso in lei una forte radice, abbiano agito suggestionandola e provocando le successive note allucinazioni…

Poi Lombroso si dilungava a fornire esempi di suggestionabilità, di panici di massa e di visioni religiose collettive, concludendo che in questo caso, comunque, almeno non c’era ombra di truffa. Soprattutto, per lui, mesi prima alcuni preti cattolici avevano tenuto in paese prediche in cui si parlava delle apparizioni di Lourdes e, proprio pochi giorni prima dell’inizio delle visioni, secondo Cronache Acquesi Giuseppina aveva letto una biografia di Bernadette Soubirous, la “veggente” di Lourdes.

La stampa cattolica, diffusissima in Piemonte, nel frattempo in generale taceva. L’organo della diocesi di Fossano, Il Fossanese, ad esempio, ormai dopo la fine della storia, il 20 maggio, si limitava a registrare le notizie senza prendere posizione aperta.

Un’eccezione interessante sarà costituita dalla Gazzetta di Mondovì, emanazione dell’omonima diocesi. Già il 10 maggio, mentre il clamore per i fatti è al culmine, quel settimanale dedicherà un lungo articolo in prima pagina alle visioni di Giuseppina. Sarà prudente ma simpatetico - anticamera di una presa di posizione ideologica più netta. Il 30 giugno, riprendendo il quotidiano milanese L’Osservatore cattolico il settimanale monregalese asserirà infatti che non era bastato “far partire la fanciulla” dal paese monferrino, perché “i fatti straordinari non cessarono. Anche dopo e fino a questi giorni si è veduto un globo luminoso come una stella a presentarsi in quella località”.

Però quello che interessava di più era l’idea delle “guarigioni insolite”. Un ragazzo di Alessandria che “soffriva di terribile malattia suppurativa a un orecchio” era risanato dopo che ad Alice gli era stata applicata “una foglia di erba raccolta su quel luogo”, un uomo di 42 anni cieco da sempre di un occhio aveva riacquistato la vista all’istante sul luogo delle apparizioni… Nel numero del 28 luglio la lista dei miracolati si allungherà (in questo caso riprendendo il quotidiano genovese Il Caffaro). Pure in quella versione di solito la guarigione dipendeva dall’applicazione della terra sulla parte malata.

Altri però irridevano quegli entusiasmi sui “risanamenti”. Il 17 maggio, sulla Stampa, il medico condotto di Cassine, dott. Adriano Gianelli, aveva fatto pubblicare una sua lettera in cui spiegava che la presunta guarigione “miracolosa” di una tarsalgia addotta dal prete di Alice quattro giorni prima con La Stampa era dovuta ad un fatto banale: un edema della pianta dei piedi migliorato per effetto della lunga marcia del malato dal paese sino al campo delle “visioni”...

Torniamo però alla Stampa del 13 maggio. Dopo il fiume di parole che abbiamo riassunto, ecco poche righe secche, in coda all’articolo, con ogni evidenza aggiunte all’ultimo istante. Segnano la svolta cupa dell’intera vicenda, la cessazione dei ragionamenti, comunque assai precari nell’intera vicenda.

Ci scrivono da Acqui, 12: in seguito a decreto odierno del Tribunale, provocato ad istanza del padre, la Giuseppina Piana ha lasciato oggi Alice Bel Colle in compagnia di suo padre. Essa verrà ritirata in un istituto

Due giorni dopo la visita del collaboratore di Lombroso, il dott. Frigerio, direttore del manicomio di Alessandria, e lo stesso giorno dell’ultima serie di “visioni” conclusesi con il pianto disperato di Giuseppina, la ragazza va verso una sostanziale separazione dal mondo.

Il 13 i giornali genovesi riferiscono che la sfortunata è giunta in città “in compagnia del padre e di un agente di P. S.” per essere

ricoverata nella sezione femminile dell’Istituto Artigianelli dove - come prescrive il decreto del Tribunale - verrà educata ed istruita.

La veggente è dunque condotta d’autorità in un istituto d’assistenza gestito da religiosi nella maggior città ligure, probabilmente perché il padre era originario dei dintorni. Nulla sappiamo del seguito della sua vita.

La vicenda pubblica di Giuseppina Piana durò circa ventidue giorni. Dalle fonti che abbiamo potuto consultare si può dire che fu contesa fra mondi diversi - quello della confessione religiosa dominante e quello di una scienza incerta nelle metodologia e pretenziosa - tutti e due con la loro visione stereotipata delle cose, della verità, del bene, della salute mentale. In entrambi i casi, comunque, lontani da capacità di valutazioni oggettive e prive di bias anche quando si ammantavano di pretese di scientificità.

Di quello che voleva raccontarci di sé, narrandoci le sue visioni, ci è giunto troppo poco, sommerso e infine soffocato da voci più squillanti della sua.

Ormai le dinamiche psichiche di Giuseppina erano un mero problema di ordine pubblico: il 20 maggio Il Fossanese concluderà così il suo intervento:

Ora la buona giovinetta fu ricoverata a Genova in un istituto femminile. Per le vie che conducono ad Alice furono spediti militari a cavallo per far ritornare indietro la gente che continuava ad affluire e che avrebbe potuto turbare l’ordine pubblico.

Aggiornamento del 3 luglio 2018

Le visioni di Giuseppina furono al centro dell’attenzione di buona parte della stampa italiana, non solo di quella piemontese. È così che, per fortuna, abbiamo i dettagli forniti da un corrispondente del Corriere della Sera che si firmava “o. b.”. Sono interessanti almeno per quattro cose. Raccontano parecchio dell’esaltazione popolare che si era creata in zona; forniscono particolari sull’allontanamento forzato della veggente e sull’azione delle autorità per far cessare gli assembramenti della gente; spiegano che le visioni comportarono conseguenze giudiziarie e - ultimo ma non ultimo - dicono che fra la popolazione di Alice Bel Colle almeno per un po’ visioni ed altre esperienze psichiche proseguirono per conto loro, anche dopo il trasferimento della ragazzina.

Cominciamo dal primo punto, l’esaltazione collettiva.

Nell’edizione del 10 maggio del Corriere, o. b. riferiva sulla spedizione da lui fatta ad Alice nei giorni precedenti. Era assolutamente scettico su quanto accadeva - anzi, ne rideva. Intorno a Giuseppina Piana era insorta un’epidemia di bimbe “visionarie”: la Pollacino e la Roffredo vedevano anche loro la Madonna, ma non uguale, bensì “più piccola” di quella di Giuseppina e non ne sentivano la voce; Annita Gaggino, sei anni, che veniva apposta da Acqui Terme, la vedeva invece “piccola come una bambola”. Alcune anziane, poi, scorgevano “una nuvoletta” che somigliava alla Madonna…

Fra i tanti racconti improbabili di miracoli, uno riferito dal Corriere colpisce. Eccone l’essenziale.

Un contadino del Monferrato col figlio muto si reca da Giuseppina e quella gli dà una manciata d’erba che avrebbe dovuto compiere il miracolo. Sulla via del ritorno, però, un asinello passa vicino all’uomo, adocchia l’erba, ne mangia e… prende a parlare con voce umana.

È un racconto breve ma interessantissimo, perché introduce nelle narrazioni orali del momento un elemento favolistico classico (l’animale parlante) che, per di più, pare un ricordo di una favola presente nella Bibbia, quella famosissima dell’asina parlante di Balaam, nel libro dei Numeri.

Sempre grazie al pezzo del 14 maggio sappiamo di più sulla partenza di Giuseppina e sulla reazione che le autorità ebbero di fronte al movimento collettivo. La ragazza, che non voleva lasciare il paese, per cambiare idea aveva ricevuto la promessa che a Genova, in collegio, avrebbe studiato per diventare maestra. Il trasferimento fu senz’altro concordato con la diocesi di Acqui, perché nel suo viaggio in carrozza verso la Liguria Giuseppina sostò presso la sede vescovile di quella città, dove il prelato “la nutrì e la fece ripartire per Genova, dove già da qualche giorno le aveva apparecchiato il nido”.

D’altro canto, si intuisce meglio che le autorità civili erano pronte a un’azione di forza per disperdere le folle.

25 carabinieri e 40 artiglieri a cavallo, postisi sui crocicchi delle vie che menano ad Alice, rimandavano alle case loro i pellegrini che non avevano letto il telegramma [del sotto-prefetto] o non gli avevano creduto; ai venditori ambulanti si concesse un quarto d’ora per isgombrare; ai muratori si concesse mezz’ora per asportare l’impalcato intorno alla cappellina; e davanti a questa… questa mattina ci saranno state venti persone, le quali recitavano il Rosario, dirette da un accattone forestiero.

Due parole anche sulle conseguenze giudiziarie del movimento. Il 19 ottobre del 1900 la Gazzetta del Popolo di Torino spiegò che presso la Pretura di Acqui Terme si era svolto “un curioso processo”. Clotilde Ronga, vedova Massa, e suo figlio Giacomo, datori di lavoro di Giuseppina, erano stati accusati di abuso della credulità popolare anche con raccolta di denaro tra i fedeli accorsi per le “apparizioni”. A loro favore i due presentarono parecchi testi che parlarono di guarigioni e di loro visioni. Un contadino anziano assicurò di vedere ogni tanto l’immagine della Madonna in una stella. La natura delle esperienze però interessava poco il pretore di Acqui, avvocato Garitta. Mandò assolta la donna ma condannò a cinque giorni di reclusione Massa, che frappose appello. Poco dopo, comunque, il procedimento si estinse per amnistia (Corriere della Sera, 22 ottobre e 22 novembre 1900).

Infine, le cose più sorprendenti. La sostanziale semi-reclusione della veggente non fu sufficiente a estinguere il contagio che in zona sorse a partire da lei. Anzi, una volta che le visioni e l’intera serie di racconti passarono ad altri, presero a vivere per conto loro, reazione di una parte degli abitanti sia ai tentativi di controllo della gerarchia cattolica sia di quelli della prefettura. Leggiamo quanto raccontò sempre il Corriere del 19 giugno:

un genovese reduce da una gita ad Alice…scrive al Caffaro [giornale di Genova] una lunga relazione di una sua visita all’arciprete del luogo. Ne stralciamo qualche brano:
“mentre coll’andata della ragazza a Genova si diceva che tutto avrebbe dovuto finire, ecco che a cominciare dal 27 maggio, fenomeni d’altra natura si manifestarono che diedero a pensare all’arciprete. E prima di tutto molti del paese riferirono di aver visto come un grandissimo globo di luce scendere nella notte sulla cappelletta, altri vi osservarono sopra una Madonna col bambino in braccio. Altri di aver veduto in piena notte paesi, siti a qualche distanza da Alice, illuminarsi repentinamente di viva luce; questi paesi poi videro per contro Alice tutto illuminato.
Il fatto è che il reverendo arciprete ci dichiarò che più volte nel cuor della notte fu svegliato da ripetuto picchiare al suo uscio da persone che venivano ansanti e mezzo vestite di correre a veder la tale e la tal’altra manifestazione, ma egli però nulla riuscì a vedere, e tutte queste ripetute chiamate fatte da gente diversa lasciarono quel reverendo arciprete in uno stato di agitazione facilmente comprensibile…”

A quanto pare, a fronte di quella pressione generalizzata lo stesso prete stava virando verso l’idea che in tutto questo vi fosse “qualcosa di soprannaturale”.

Infine la relazione del viaggiatore genovese dava un’altra notizia importante. Stando alla signora Massa, una persona recatasi da lei aveva appreso a Genova, in istituto, che anche lì Giuseppina continuava ad avere visioni quasi quotidiane.

Quanto sia durata questa mania collettiva, forse meno documentata da fonti scritte rispetto al periodo in cui ad Alice c’era la ragazza che funse da innesco, non siamo in grado di dirlo.

Sofia Lincos e Giuseppe Stilo



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