Un leopardo per Asti

Un leopardo per Asti

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Giandujotto scettico n° 145 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo (24/08/2023)

Nel freddissimo inverno del 1949, un leopardo – animale che vive nell’Africa sub-sahariana e in Asia – aveva deciso di adattarsi alle più miti colline che s’innalzano a sud di Asti, e di accontentarsi della fauna da cortile. Andò davvero così? Ve lo raccontiamo in questo Giandujotto scettico, dedicato a uno dei più antichi racconti italiani sulla presenza di fantomatici “felini misteriosi” (ma per un caso ancora più antico vi rimandiamo alla tigre di Beura)…

Inizio col botto! 

La cosa più divertente di questa vicenda è che, almeno per quanto ne sappiamo, si aprì… con la sua conclusione. O, perlomeno, con una sua presunta conclusione. 

A Rocca d’Arazzo, un paesino a dieci chilometri a sud-est di Asti, era stato ucciso non un lupo, non un orso, non un serpente lungo un metro e mezzo, ma… un leopardo!

Il 17 febbraio del 1949, il quotidiano torinese Gazzetta del Popolo riferiva da Asti, con data del giorno prima, che da una settimana circa Rocca d’Arazzo viveva “in un’atmosfera da incubo”. Nella zona era presente “una misteriosa belva” che aveva dilaniato alcune decine di cani. Ogni notte se ne sentivano “i lugubri latrati” (e che un grande felino possa latrare, ci permettiamo di dubitare). 

Il 14 febbraio nei pressi del paese erano state rinvenute, accanto alla testa di un cane, delle “grosse impronte”, tanto che fu organizzata una vasta battuta ad opera di carabinieri e di volontari. La popolazione di giorno non usciva dalla cerchia del piccolo abitato e di notte si barricava in casa.

Ma ecco il colpo di scena: il corrispondente della Gazzetta del Popolo spiegava che dopo parecchi giorni la tensione si era sciolta. La sera del 16 febbraio si era appreso che “il misterioso animale, un leopardo, forse fuggito a qualche serraglio”, era stato ucciso nelle campagne di Variala, località del vicino comune di Mombercelli, sempre nell’Astigiano, ma più a sud-est di Rocca d’Arazzo rispetto ad Asti. 

Per un’asserzione così clamorosa, però, non veniva portata nessun tipo di evidenza a supporto.

Ora, da innumerevoli storie sui “felini misteriosi” o di altri animali dall’identità ambigua, sappiamo che in più occasioni i cicli narrativi che li riguardano comprendono voci sull’avvenuta uccisione della “bestia”. Ne abbiamo l’esempio migliore in Piemonte con l’estate dei mostri, quella che interessò alcune parti del Cuneese nel 1972, e che verso la fine vide circolare dicerie circa l’abbattimento di un presunto sciacallo dorato, che sarebbe stato all’origine di una lunga serie di apparizioni sfuggenti e di predazioni. 

La cosa curiosa è che regolarmente le voci sulla risoluzione del mistero per via cruenta insorgono in una fase avanzata della storia. A volte succede che – anche se regolarmente smentite – contribuiscano a chiudere la vicenda, almeno dal punto di vista giornalistico.

Nel caso di Rocca d’Arazzo, invece, la storia della morte del leopardo aprì la fase pubblica del panico del leopardo astigiano.

Una caccia forsennata

Nemmeno ventiquattr’ore dopo, il 18 febbraio, fu la stessa Gazzetta del Popolo ad incaricarsi di smentire la voce dell’uccisione. La bestia, “un leopardo fuggito”, era scampato alle fucilate di alcuni contadini. E continuava a dar segni della sua presenza:

“proprio stamane resti di altri cani sbranati sono stati rinvenuti a Rocchetta Tanaro”.

I carabinieri continuavano le battute in zona, ma almeno – così diceva il quotidiano – visto che la bestia usciva solo di notte e di giorno si nascondeva nei boschi, non si lamentavano “incidenti a persone”.

Insomma, la paura era quella di essere uccisi, ad Asti, nell’inverno del 1949, da un leopardo.

Mentre le battute continuavano, e si diceva che la “belva” si fosse spostata verso Mombercelli, Gazzetta Sera del 19-20 febbraio denunciava la sparizione di oche e anatre. Di notte, la bestia sottolineava la sua presenza con un “sinistro ululare” (si direbbe che tutto facesse, questo leopardo, meno che ruggire…). 

Compariva poi un altro motivo caratteristico di queste vicende: dopo l’ipotesi generale già enunciata – quella della fuga del leopardo – il meccanismo di razionalizzazione faceva un passo ulteriore, e individuava in un luogo e in un momento preciso la causa della “fuga”. Sembrava che un mese prima a Novi Ligure, in provincia di Alessandria, ci fosse stato un incendio in un serraglio. Era da lì che doveva essere scappato il leopardo. 

Ad ogni modo, le impronte avevano dimensioni di 12×7 cm, ed erano anche a tre metri di distanza l’una dall’altra, cosa che ne avrebbe dimostrato la grande agilità. Visto che c’eravamo, a fianco dell’ipotesi “leopardo”, compariva anche l’idea che fosse un ghepardo; o, perché no, un orso bruno. Intanto, ormai sembrava essersi formato una specie di consorzio anti-belva: le battute congiunte erano effettuate da cacciatori provenienti non solo da Rocca d’Arazzo, Mombercelli e Rocchetta Tanaro, ma anche da un’altra località almeno, cioè da Castello di Annone. Insomma, tutta la fascia di territorio subito a sud-est di Asti e posta sotto il corso del Tanaro si stava mobilitando.

La caccia assumeva tratti quasi militareschi. Il 26-27 febbraio, di nuovo Gazzetta Sera annunciava che due sere prima, a tarda ora, a San Carlo di Rocca d’Arazzo si era udito “il lugubre urlo della fiera”. Poco dopo, si erano udite le detonazioni di quattro fucilate. Che cosa era successo?

Il valoroso ex-partigiano azzurro “Pronti”, residente a Castello di Annone, profondo conoscitore della zona, aveva sparato contro la belva, senza riuscire però a colpirla. Il misterioso animale, certamente un felino, leopardo o ghepardo, riusciva a fuggire, abbandonando la preda, un cane da lui ucciso poco prima. 

Insomma, la retorica assumeva i tratti enfatici della memoria della guerra recente – e, per conseguenza, la “belva” era definitivamente un nemico simile a quello di un tempo, anche se, francamente, assai più fantasmatico. Intanto, alle operazioni per la cattura si erano uniti addetti al già menzionato serraglio di Novi Ligure che, peraltro, si direbbe non sapessero nulla di fughe dai loro recinti di bestie più o meno insolite…

Dal leopardo al lupo…

Ma, insomma, tracce, “ululati” e animali uccisi a parte, il leopardo fu visto da qualcuno? Nella sua edizione del 3-4 marzo, Gazzetta Sera scriveva che alcuni contadini l’avevano “scorta nell’oscurità”, senza poterla però identificare; due notti prima, rientrando a casa con un bue, sembrava che un contadino di Rocca d’Arazzo si fosse visto balzare dinanzi improvvisamente il “felino”. Questo però, con un salto, si era dileguato nel buio. Fuggito per la paura lasciando lì il suo animale, l’uomo era corso a casa, dove si era messo a letto, “ammalato per lo spavento”. 

La caccia al leopardo aveva anche causato vittime involontarie. La sera del 2 marzo un gruppo di cacciatori aveva portato una muta di propri cani in un bosco. Avrebbero fiutato la bestia ma, pensando di averla intravista, uno dei cacciatori sparò a casaccio, impallinando il cane. Portato da un veterinario, ecco il colpo di scena: l’animale non era stato solo colpito dai pallini, ma aveva anche i segni di un morso della bestia non meglio identificata – di qualsiasi cosa si trattasse. 

Comunque, visto che tutto era risultato inutile, si era deciso di sospendere le ricerche per qualche giorno, in attesa di coordinare gli sforzi di decine di uomini armati e accompagnati da un gran numero di cani fra i migliori, in vista di “una battuta decisiva”. 

In tutto ciò, il resto della stampa piemontese taceva. Soltanto l’edizione di Torino de L’Unità, il 5 marzo, in un brevissimo trafiletto ricordava che le varie voci su una cattura o addirittura sull’uccisione della bestia erano risultate tutte false. Per quanto constava al quotidiano comunista, la belva rimaneva “fantomatica”. 

Certo è che, per quanto ci è dato sapere, rimase fantomatica pure la prevista “battuta decisiva”. 

All’annuncio cruciale seguirono, per quanto abbiamo potuto appurare, undici giorni di silenzio. Impossibile dire se nel frattempo la paura del leopardo, in mancanza di risultati, si fosse calmata. Tuttavia, come capita nelle ondate d’interesse per i fenomeni “strani” (in specie in quelle di avvistamenti di presunti UFO) proprio quando la storia sembrava spegnersi, ecco un’ultima fiammata: l’episodio “migliore”, la testimonianza più seria e attendibile. Alla quale, proprio come succede nelle ondate di avvistamenti ufologici, anche stavolta non fece seguito un bel nulla.

Stando a Gazzetta Sera del 15-16 marzo, Intorno alle 12 di due giorni prima, quattro contadini e addirittura il presidente della sezione venatoria di Rocca d’Arazzo avevano visto “la fantomatica belva”, e stavolta avevano reso regolare dichiarazioni al maresciallo comandante la stazione dei carabinieri del paese che, a quanto pare, ancora dopo un mese dalle prime notizie dirigeva le operazioni per la cattura del “misterioso animale”. Si erano convinti però che non facesse del male alle persone, perché, dopo essersi accorto della presenza umana, si era dato alla fuga, e si era guardato bene dall’attaccare un bambino che era lì nei pressi, vicino a una mucca.

Piccolo dettaglio: non solo l’animale non era descritto in nessun modo, ma era stato visto a una distanza stimata in trecento metri dal gruppetto… Come per gli UFO, distanza, vaghezza dei dati ricavabili e breve durata dell’esperienza erano le migliori garanzie per la prosecuzione del “mistero”. 

Anche se si direbbe che da quel momento il leopardo astigiano sia tornato nel regno dell’imponderabile, come succede del resto a tutti i “felini misteriosi” di questo pianeta, un’ultima fonte suggerisce che la voce sulla presenza di un animale aggressivo e dalla natura ambigua in quella zona sia proseguita abbastanza a lungo.

Esattamente sette mesi dopo l’avvistamento collettivo di cui abbiamo appena detto, Gazzetta Sera del 15-16 ottobre 1949 pubblicò un ultimo, breve trafiletto da Asti. A Rocca d’Arazzo era ripresa la caccia a una bestia minacciosa. Stavolta però l’idea del leopardo o di un altro felino era stata abbandonata: doveva essere un lupo. Cinque pecore erano state azzannate in un prato, ed erano ripartite le battute – inutile dirlo, senza alcun esito. 

Per quanto siamo stati in grado di reperire, in tutta questa vicenda era la prima volta che, come ipotesi per le aggressioni agli animali, veniva menzionato il lupo. Per quanto nel 1949 la presenza di questi animali in Piemonte fosse assai più ridotta di quella – pur sempre modesta – odierna, i frequenti attacchi al bestiame fanno pensare a un animale di quella specie, o, comunque, a un canide. 

Per noi la saga della belva di Rocca d’Arazzo è preziosa. Mostra ancora una volta che il mito dei felini misteriosi era presenta in Italia, sia pure in misura limitata, ben prima che esplodesse un po’ dappertutto, grosso modo a partire dal 1977. 

È almeno dal 1880, quando una presunta iena comparve nelle campagne di Crema, lungo l’Adda, che stiamo aspettando di acchiapparne una. Forse perché, più che felini, costituiscono l’equipaggio degli UFO, oppure, più modestamente, ne sono gli animali da compagnia. 

Foto di Melanie van de Sande da Pixabay