La donna che fu esorcizzata con la Sindone

La donna che fu esorcizzata con la Sindone

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Giandujotto scettico n° 130 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo (12/01/2023)

La Sindone conservata a Torino probabilmente risale al Medioevo. Questo non ha certo impedito che, nei secoli, le siano stati attribuiti parecchi miracoli. Nel segmento cattolico del mondo cristiano, quel lenzuolo è il caso più noto del fenomeno antropologico della persistenza del sacro in oggetti che col sacro sono entrati in contatto (per alcune fonti scettiche sulla Sindone, andate al sito del CICAP). 

Meno noto è il fatto che la Sindone fu utilizzata anche in contesti di violenza religiosa molto alta – cioè ai tempi delle guerre di religione europee fra cattolici e protestanti – per affermare la propria superiorità su altre chiese e su convinzioni diverse da quella cattolica. 

Un episodio del genere accadde in Piemonte, una terra nella quale i Savoia fra il ‘500 e il ‘700 si distinsero per l’uso della forza e per i massacri contro la minoranza protestante, in primo luogo contro quella costituita dalla chiesa valdese. Pur fra distinguo sussiegosi e personali rincrescimenti e dubbi, la chiesa cattolica accettò questa situazione, e, in molti casi, della violenza e dell’intolleranza si fece promotrice. 

Oggi vi presentiamo una storia piemontese di questo tipo, sia pure non tragica sino all’estremo, ma davvero particolare. L’ha ricostruita Ada Grossi, paleografa e archivista, scrivendone nel 2015 sulla rivista Aevum (vol. 89, fasc. 3), espressione dell’Università cattolica del Sacro Cuore. 

Una vicenda con protagonisti diversi: due potenti, il vescovo della diocesi francese di Saint Jean-de-Maurienne, Pierre de Lambert, e l’inquisitore vercellese Cipriano Uberti; uno potentissimo, il cardinale Carlo Borromeo, anima della Controriforma e lui stesso, peraltro, di nascita piemontese; infine, uno molto debole: una giovane donna della quale, come succede spesso nelle storie della religione, ci sono pervenuti con certezza solo il nome di battesimo, Genevra, e, soprattutto, le sue sofferenze nell’Europa degli odi delle guerre fra chiese. 

E, in effetti, questa storia tragica con il telo sindonico utilizzato per “curare” Genevra inizia con le vicende personali della ragazza. 

I documenti presentati da Ada Grossi indicano che probabilmente Genevra era figlia di protestanti italiani, i coniugi Boranga, provenienti da Torcello, presso Venezia. Da lì erano fuggiti verso una delle capitali europee della Riforma protestante – Ginevra, appunto. Però, a complicare le cose, c’era il fatto che i genitori di Ginevra dovevano appartenere alla componente radicale della Riforma, quella che, fra le altre cose, già da allora propugnava la necessità di battezzare soltanto gli adulti. A quel tempo minoritario, il rifiuto del pedobattismo è ora largamente prevalente nelle espressioni moderne del neo-Protestantesimo (pentecostalismo, battismo, chiese evangelicali di tipo fondamentalista). 

Però, la città svizzera era governata da una componente del mainstream protestante del tempo, ossia dalle chiese riformate (o calviniste, dal nome del massimo teologo riformato, il francese Giovanni Calvino, uno dei giganti della cultura europa degli inizi della modernità). Esattamente come avveniva in ambito cattolico, anche lì non si avevano troppe cortesie per la diversità religiosa, anche all’interno dello stesso Protestantesimo.

Per quell’appartenenza chiesastica dei genitori, spiega Grossi nel ricostruire le fonti da lei compulsate con cura, Genevra era stata battezzata, molto probabilmente dal solo pastore della chiesa riformata di lingua italiana, a un’età non precoce: dodici anni.

Ma ecco ciò che accadde: poco tempo dopo il battesimo, quasi di certo amministrato dal pastore Lattanzio Ragnoni, importante teologo riformato, Genevra cominciò a dare segni di possessione diabolica. Le fonti non forniscono dettagli sui suoi comportamenti, ma l’idea di praticare un esorcismo liberatorio fu respinta dal Concistoro ginevrino, organo di governo della chiesa riformata, perché fin da principio rito ritenuto superstizioso da quella famiglia di chiese protestanti. Non si sa se per lei si pregò in gruppo o in qualche culto, com’è invece pratica consueta delle chiese riformate, ma s’intuisce che, se così fu, l’esito dovette essere insoddisfacente per tutti.

Poi, la svolta: nella primavera del 1578 alcuni carrettieri cattolici provenienti dalla vicina Chambery, capitale della Savoia, dov’era in vista l’annuale ostensione della Sindone (pochissimi mesi dopo, peraltro, sarà trasferita a Torino), la convinsero ad andare via con loro, nella città savoiarda.

E a Chambery accadde un fatto insolito persino per l’impiego del telo sindonico nella pratica cattolica: il suo utilizzo in un esorcismo per “liberare” Genevra dalla supposta infestazione satanica. 

Grossi spiega che – non si sa come – la storia di Genevra, giunta a Chambery, colpì il vescovo della vicina diocesi francese di Saint-Jean-de-Maurienne, Pierre de Lambert, presente in quei giorni nella capitale della Savoia per l’ostensione del telo. S’ignora come fu presa la decisione, ma, insieme al vicario foraneo di Chambery, l’esorcismo fu eseguito nella Sainte-Chapelle. Tre sacerdoti reggevano il lino, ma tenendolo a una certa distanza. 

Scrive Grossi:

Genevra era posseduta da “una legione” di demoni, tutti muti ad eccezione di due, che anzi “dicevano gran cose” e che rivelarono i loro nomi, Belzebub e Feroglio.

Circa il secondo, curioso nome, Feroglio, la studiosa ipotizza che Genevra in qualche modo volesse far riferimento a uno dei riformatori ginevrini più invisi ai cattolici, il teologo francese Guillaume Farel (1489-1565). Oppositore strenuo della credenza cattolica nel Purgatorio, in qualche caso, spiega Grossi, fu identificato in modo diretto, insieme ad altri riformatori ginevrini, con un diavolo in carne e ossa.

Come abbiamo detto, i due diavoli di Genevra parlavano, e quindi chiesero ai preti di poter entrare in un cane: indignato per la richiesta, il vescovo fece un gesto che, comunque lo si voglia considerare, sotto il profilo dell’antropologia religiosa non era cosa da poco: pose la Sindone direttamente sul capo di Genevra. Di fronte a tanta grazia, la donna levitò sopra la testa dei presenti e – i lettori non saranno sorpresi – i diavoli presero la fuga, facendo però cadere a terra in modo rovinoso la donna, che subì diverse fratture. Se queste lesioni si siano prodotte sul serio, e, se sì, quali possano esserne state le vere cause, non ci è dato saperlo: le fonti arrivate fino a noi sono, inutile dirlo, di parte.

Genevra rimase per diversi mesi in un rifugio di Chambery, inferma e “mutacica” – forse per il grave trauma subito in quel rito.

Ed è a questo punto che bisogna spiegare meglio come mai di questa storia conosciamo così tanti dettagli. Lo dobbiamo interamente al fatto che Ada Grossi ha potuto consultare una serie di documenti redatti dalla figura centrale di questa storia, figura il cui ruolo diventerà determinante nella seconda parte della vicenda umana di Genevra. 

Si tratta di un tipico inquisitore italiano del periodo, il piemontese Cipriano Uberti (?-1607). Diventato priore del convento domenicano di Ivrea nel 1559, fu nominato inquisitore di Vercelli nel 1563, dove esercitò senza esitare il suo compito: nel 1566, anche per le fortissime pressioni esercitate da Roma, fece bruciare a Biella il maestro Giorgio Olivetta, recidivo nel sostenere opinioni religiose non conformi a quelle cattoliche; presiedette inoltre ad Aosta (su cui aveva delega, come anche l’aveva su Ivrea) diversi processi per stregoneria e fu attento censore di libri. Nel 1598 pubblicò a Torino il manuale demonologico Discorsi o vero trattatello sopra la multitudine di aretitij o spiritati.

Nella vicenda di Genevra, sballottata fra parti del Cristianesimo europeo in guerra feroce fra loro, Uberti svolse un ruolo meno violento di altri ma non meno prevaricatore: quello del buon padre preoccupato per una giovane donna che vagava alla ricerca di pace. 

Nel mese di settembre del 1578, Genevra decise di rientrare in Italia, sua terra di origine. Aveva anche promesso ai suoi esorcisti di farsi cattolica, e questo, nel quadro del tempo, di certo le avrebbe facilitato il ritorno verso il nord del paese, magari verso la terra di provenienza della famiglia, la laguna veneziana.

Giunse così ad Ivrea, dove in quel momento si trovava la Sindone: avrebbe voluto essere ammessa subito nella chiesa cattolica, lì dove c’era l’oggetto che aveva mutato il corso della sua vita, ma in quel momento l’inquisitore, ossia colui che avrebbe dovuto prendere in esame la sua richiesta, si trovava a Vercelli. Alla fine, fu comunque lì che si recò e fu ricevuta da Uberti, che s’interessò subito moltissimo alla sua vicenda.

A questo punto, tuttavia, si verificò un altro fatto importante: Genevra sarebbe sfuggita al tentativo di alcuni protestanti italiani di riportarla in Svizzera obtorto collo, per salvarla dal papismo imperante nella penisola. La pratica inqualificabile dei rapimenti, dall’una e dall’altra parte fu frequente assai a lungo nelle aree europee di frizione tra mondo cattolico e mondo protestante. In Piemonte i valdesi, arroccati nelle loro valli, ne furono vittime sino all’arrivo dei francesi, a fine Settecento, quando il cosiddetto Ospizio dei catecumeni, posto nel centro di Pinerolo dal 1743, fu chiuso. Dietro il nome caritatevole di quel luogo si cela la storia delle conversioni più o meno forzate di bambine e bambine valdesi, consentite fino a quegli anni dalla legislazione reazionaria dello stato sabaudo.

Quanto a Genevra, convinto dalle richieste della donna e per allontanarla dal nord del Piemonte, dove riteneva potesse esser soggetta a nuovi tentativi di rapimento, il 14 dicembre del 1578 Uberti la fece ammettere nella chiesa cattolica con una solenne cerimonia svoltasi in una delle due cattedrali di Vercelli. L’ammissione fu accompagnata naturalmente dall’abiura delle convinzioni protestanti. 

Questo, tuttavia, era soltanto il prodromo del suo invio altrove, sotto la protezione dei suoi nuovi tutori, questa volta, inutile a dirlo, quelli buoni.

In precedenza, però, Uberti aveva scritto a un uomo in posizione di assoluta preminenza nel Cattolicesimo di quei decenni, il cardinale di Milano, Carlo Borromeo, motore della Controriforma, chiedendo di trovare un posto in uno degli istituti della città lombarda per la neoconvertita. Adesso, peraltro, la donna non portava neanche più il nome impresentabile della capitale di ogni eresia, Ginevra, ma quello – manzoniano, se dirlo non fosse un anacronismo ridicolo – di Lucia. Aveva assunto il nuovo appellativo durante la cerimonia in cattedrale (come nota Grossi, con ogni probabilità perché il giorno prima della cerimonia ricorreva la memoria di quella santa). 

Borromeo era particolarmente sensibile a tutto ciò che coinvolgeva la Sindone, come ben argomenta Grossi. Anche per questo, forse, assentì senza indugio alla richiesta di Uberti. Il 7 gennaio del 1579 Genevra/Lucia fu portata a Milano, con la malleveria di una lettera di Uberti che contiene un dettaglio per noi interessante: quello della “persuasione fattagli doppo la prima communione dal demonio”: un aspetto che chiedeva di far notare al padre spirituale che l’avrebbe prese in gestione “acciochè possa conoscere la semplicità della donna et l’astutia del demonio”. La preoccupazione di Uberti per il proseguimento della “persuasione”, quella che il demonio continuava ad operare anche dopo l’ingresso di Genevra nella chiesa cattolica, potrebbe far pensare che la Sindone non avesse fatto sparire fino in fondo i sintomi di “possessione”. 

Borromeo fece dunque ospitare la donna in qualche luogo non meglio indicato. Un ulteriore, possibile indizio del permanere di una condizione psichica degna di nota è il fatto che Uberti avesse consigliato a Borromeo in due missive diverse di “fargli haver qualche luoco in quelli hospitali di Millano quali ricevono donne che non possono affaticarsi” dato che “la sodetta donna è inhabile a servire per esser restata debole”. 

Quale fosse la reale condizione psicofisica di questa donna dopo l’esorcismo “liberatore” e tutto ciò che ne seguì non possiamo saperlo. La sua versione, semplicemente, non esiste, né apparteneva all’orizzonte culturale dei due mondi religiosi in guerra mortale – cattolici e protestanti – il darle particolare spazio. 

Poco dopo il suo arrivo a Milano, Genevra scompare, probabilmente assimilata del tutto a qualche pia istituzione lombarda o – cosa che non esclude la stessa Grossi – perché ammessa in qualche convento. Uberti, lo si noti, intendeva assicurarsi che fosse ”recapitata in luogo ove puotrà viver secondo lo spirto et perseverare nella sua santa verginità”, e Borromeo concludeva la pratica ribadendo che “si è collocata in luogo dove potrà havere molti aiuti spirituali et commodità di attendere al spirito per andar innanzi et confirmarsi ogn’hor più nel suo buon proposito”. 

Ciao, Genevra. Chissà dove sei finita, e come hai vissuto, e se la Sindone, anche se non è proprio vera, sarà servita a rasserenarti almeno un po’. Pure da vite come la tua, alla fine, è nata l’idea messa nero su bianco nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto 1789, che all’articolo 10 recita:

Nul ne doit être inquiété pour ses opinions, même religieuses, pourvu que leur manifestation ne trouble pas l’ordre public établi par la loi.

Nessuno potrà essere inquietato per le sue opinioni, nemmeno per quelle religiose, provvisto che le manifestazioni di esse non turbino l’ordine pubblico stabilito dalla legge.