La leggenda dei cosmonauti fantasmi

La leggenda dei cosmonauti fantasmi

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Il 4 ottobre 1957 un segnale proveniente dallo spazio mette il mondo in subbuglio. Arriva dallo Sputnik 1, il primo satellite artificiale della storia, lanciato quel giorno dall’Unione Sovietica. Il “bip bip” intermittente dura 21 giorni e viene intercettato da decine di migliaia di radioamatori e appassionati in tutto il mondo, centinaia solo in Italia.

Tra tutti coloro che ricevono il segnale nel nostro paese, i più attrezzati sono senza dubbio i fratelli Giovanni e Bruno Fracarro di Castelfranco Veneto. Dotati di eccellenti conoscenze tecniche (Bruno è un ingegnere elettrotecnico), già negli anni Trenta hanno costruito uno dei primi prototipi al mondo di televisore e hanno fondato un’azienda di antenne e apparecchi elettrici, la Fracarro Radioindustrie, tuttora attiva e gestita dai discendenti.

Sapendo che lo Sputnik 1 trasmette sia a 20 sia a 40 MHz e che la seconda frequenza è meno soggetta a disturbi atmosferici e interferenze, costruiscono uno dei pochi apparati di ricezione esistenti in quella banda, che permette loro di ricevere un segnale di qualità superiore a quella di tutti gli altri. Oltre a registrare l’orario dei passaggi e la direzione di provenienza del segnale, fanno una raffinata analisi matematica dei dati raccolti e riescono così a determinare i parametri orbitali del satellite, calcolandone con precisione i passaggi successivi e perfino il tasso di decadimento dell’orbita dovuto all’attrito con l’atmosfera. Il loro rapporto straordinariamente accurato, che aiuterà diversi osservatori astronomici ad assistere ai successivi passaggi del satellite, si meriterà gli elogi di Leonida Rosino, direttore dell’osservatorio di Padova, e la pubblicazione integrale su Radiorivista, il giornale dell’associazione radioamatori, nel febbraio 1958.

Oltre ai fratelli Fracarro, una ventina di altri appassionati manda i propri dati all’associazione nazionale dei radioamatori, ma li raccoglie in modo molto più superficiale, usando per esempio l’ora italiana anziché quella di Greenwich, come vogliono le convenzioni scientifiche.

Tra questi radioamatori più approssimativi ci sono altri due fratelli, destinati a diventare molto più celebri dei fratelli Fraccaro, nonostante le loro inferiori competenze tecniche. Si chiamano Achille e Giovanni Battista e sono i figli di un medico legale lombardo, Giovanni Judica Cordiglia, appassionato sostenitore dell’autenticità della Sindone, che si è trasferito da poco a Torino.

Achille e Giovanni vanno all’università ma lo studio li interessa fino a un certo punto: preferiscono sperimentare con la radio, che chiamano «il giocattolo più bello del mondo». Hanno acquisito il suono trasmesso dallo Sputnik con una vecchia radio e un registratore nella loro camera da letto più alcune antenne poste sul tetto della loro abitazione in via Accademia Albertina, nel centro di Torino, a due passi dalla Mole Antonelliana.

Un mese dopo ascoltano anche il segnale trasmesso dallo Sputnik 2 e un suono che interpreteranno come il battito del cuore di Lajka (del tutto erroneamente, perché in quel momento la povera cagnolina è già morta per il surriscaldamento della capsula). Nel 1958 affermano di aver rilevato anche il segnale proveniente dal primo satellite americano, l’Explorer 1, e quello dello Sputnik 3. Le loro intercettazioni un po’ alla volta attirano sempre più interesse da parte della stampa.

Come ha spiegato Luca Boschini nel suo eccellente libro “Il mistero dei cosmonauti perduti” (dal quale ho tratto la maggior parte del contenuto del mio post) (*), i fratelli Judica Cordiglia hanno una dote che li fa spiccare su tutti gli altri ascoltatori di segnali dallo spazio: la capacità di curare le pubbliche relazioni. Registrano e diffondono tutti i messaggi ricevuti, annunciano ogni evento che li riguarda con approfonditi comunicati stampa, invitano regolarmente i giornalisti presso la loro abitazione in modo da farli ascoltare le trasmissioni con le loro orecchie. Non guastano poi il coinvolgimento di politici e uomini di spettacolo e gli ottimi rapporti del padre con la Curia di Torino, che nel 1969 lo incaricherà di organizzare una nuova serie di studi scientifici sulla Sindone e di fotografarla. Un gruppo di giornalisti e appassionati di lanci spaziali frequenta regolarmente casa Judica Cordiglia e a volte consuma i pasti direttamente da loro per non rischiare di perdere le trasmissioni chiave: tra i più assidui ci sono il redattore dell’ANSA Ugo Sartorio, futuro responsabile della sede di Torino, e un giovane inviato speciale della Gazzetta del Popolo che di li a poco verrà assunto dalla Rai, un certo Emilio Fede.

I giornalisti però non rimangono senza motivo: hanno bisogno di notizie da pubblicare e per accontentarli i fratelli Judica Cordiglia presentano un po’ alla volta ascolti sempre più sensazionali. Nel maggio 1960 annunciano di aver recepito i lamenti di un cosmonauta perduto nello spazio quando la sua capsula va fuori traiettoria. A differenza di tutte le trasmissioni precedenti, questa non è stata raccolta da nessun altro tra le migliaia di radioamatori in maniacale attesa in tutto il mondo. Non l’ha registrata neppure la NASA, che controlla tutti i lanci sovietici con attrezzature ben più sofisticate di quelle dei fratelli torinesi. C’è qualcosa che non va. Ci vorrebbe un po’ di sano scetticismo, ma la notizia è troppo ghiotta per essere ignorata.

I giornalisti presenti diffondono la notizia e continuano a frequentare casa Judica Cordiglia. Si aspettano sempre nuove rivelazioni e i loro ospiti non li deludono: il 28 novembre 1960 ricevono addirittura un SOS in codice Morse da un veicolo in avaria. Anche questo annuncio sensazionale non è confermato da altri centri di ascolto ben più attrezzati. Ma tra l’entusiasmo del loro pubblico i due fratelli diventano inarrestabili: nel febbraio 1961 ascoltano le pulsazioni cardiache e il respiro affannato di un cosmonauta morente, nel maggio 1961 le richieste di aiuto da un veicolo spaziale in difficoltà, nell’ottobre 1961 la disperazione di cosmonauti alla deriva nello spazio profondo, tra il 1962 e il 1964 diversi cosmonauti morti o dispersi durante il rientro.

Nell’aprile 1961 l’annuncio di aver ascoltato le comunicazioni verso terra di Jurii Gagarin ottiene grande risonanza e genera anche un’intervista alla radio e un servizio al telegiornale Rai.

Esaminare l’accaduto permette di apprezzare il modo di lavorare dei due fratelli.

Gli orari dichiarati per l’ascolto (tra le 8:07 e le 9:07 del mattino del 12 aprile) non coincidono con quelli effettivi della missione (terminata alle 8:55 italiane). In ogni caso durante il rientro della Vostok è impossibile ascoltare qualunque trasmissione, a causa del silenzio radio indotto dall’atmosfera ionizzata che circonda il veicolo durante il rientro. È difficile sottolineare abbastanza quanto sia inverosimile la pretesa di esserci riusciti: è come dire di aver fatto delle bellissime fotografie tenendo il tappo fermamente chiuso sull’obiettivo. Nell’intervista concessa al giornale radio Rai si dice che nella registrazione si sentono due voci: cosa impossibile perché con il sistema full duplex usato dai russi la frequenza di trasmissione è diversa da quella di ricezione e al massimo i due fratelli avrebbero potuto intercettarne una delle due. In un 33 giri pubblicato poche settimane dopo si sente una sola voce, molto disturbata, ma le parole pronunciate non hanno niente a che vedere con la trascrizione ufficiale delle comunicazioni di Gagarin e nemmeno con lo spazio: si tratta probabilmente di un radioamatore che parla di vodka. Infine, in una nuova registrazione pubblicata nel 2007 la versione cambia di nuovo: questa volta la voce è davvero quella di Gagarin, è molto nitida e le parole coincidono con quelle della trascrizione ufficiale, ad eccezione di un taglio, ma sono state pronunciate un’ora prima di quando loro dichiarano di averle registrate e provengono con ogni probabilità da un 45 giri distribuito in Occidente dall’Unione Sovietica, taglio compreso.

Nel 1962 gli Judica Cordiglia ampliano la loro attrezzatura e si spostano da Torino a San Maurizio Canavese, dove il padre ha acquistato la casa di cura Villa Bertalazona, non lontano da un’altra casa di cura dove il padre di Piero Angela ha salvato dalla deportazione ebrei e antifascisti durante la Seconda guerra mondiale, Villa Turina Amione. Sono molto attenti a curare le apparenze. Indossano sempre camici bianchi, che non sono necessari ma li fanno apparire simili a scienziati, e si attrezzano con pannelli di controllo che riportano le orbite standard dei satelliti e ricordano quelli della NASA: tutto materiale utile per i fotoreporter. I parametri orbitali non sono quelli giusti, ma non fa niente: i giornalisti presenti non hanno certo le conoscenze tecniche necessarie per mettere in dubbio questi particolari o le altre affermazioni dei fratelli Judica Cordiglia.

Ma c’è qualcun altro che potrebbe farlo: sono i membri dell’associazione radioamatori italiani, che chiedono ai due fratelli di poter assistere agli ascolti. La risposta è negativa. Si alzano molte sopracciglia: le affermazioni dei due fratelli sono sbalorditive e sembrano di gran lunga fuori dalla portata delle loro modeste apparecchiature, ma non c’è modo di verificare da vicino. Alcuni vorrebbero che l’associazione prendesse le distanze da tali mistificatori, altri si limitano a considerarli una fonte di ilarità, ma nel complesso l’associazione non alza più di tanto la voce.
Come mai? Per capirlo bisogna rivivere il clima dell’epoca. I successi iniziali dell’Unione Sovietica nella corsa allo spazio sono motivo di entusiasmo per i sostenitori del comunismo e di imbarazzo e sconcerto per i loro avversari. Al contrario degli Stati Uniti, l’Unione Sovietica mantiene il segreto su gran parte del proprio programma spaziale, tenendo nascosto all’Occidente perfino il nome del costruttore capo Sergej Korolëv, e non ammette mai i fallimenti, ma li nasconde con bugie che qualche volta vengono scoperte, limitandosi a celebrare i successi a scopo di propaganda.
Questo clima di segretezza e menzogne alimenta il sospetto che anche per quanto riguarda i primi voli umani le cose non vadano proprio come racconta il Cremlino. L’idea che i successi sovietici avvengano al prezzo della vita di molti cosmonauti sacrificati cinicamente nelle prime missioni fallite getta un’ombra sulla supremazia di Mosca e permette di ristabilire la superiorità del sistema occidentale, almeno nel campo morale, se non in quello tecnologico. Molti dei radioamatori italiani, così come i giornalisti che frequentano casa Judica Cordiglia, sono fieramente anticomunisti, e temono che denunciare le fandonie dei due radioamatori finirebbe per avvantaggiare il Cremlino.
Da parte sua, la folla che si riunisce attorno agli Judica Cordiglia esprime tutto il provincialismo della Torino bene che pensa di riscattare la propria mediocrità attraverso l’illusione di essere partecipe di un evento storico. Un fenomeno analogo avviene negli stessi anni con l’alta borghesia torinese che si ritrova nel salotto del sensitivo Gustavo Rol e scambia giochi di prestigio per prodigi soprannaturali.

Per ironia del destino, il programma spaziale sovietico incontra davvero incidenti mortali che saranno tenuti nascosti per decenni (la morte di Valentin Bondarenko nel 1961 e soprattutto la catastrofe di Nedelin del 1960, che fa oltre 120 vittime): ma non si tratta di quelli annunciati dai fratelli Judica Cordiglia, che non sono mai esistiti, come sarà possibile accertare definitivamente dopo la caduta dell’Unione Sovietica, con l’apertura degli archivi di Mosca.

Nel 1963 i due fratelli la fanno troppo grossa anche per alcuni dei loro sostenitori: annunciano di aver intercettato una fotografia della faccia nascosta della Luna scattata dalla sonda sovietica Luna 4 e trasmessa a terra con un segnale televisivo. La loro affermazione non può essere vera: non solo il segnale trasmesso dalla sonda sovietica è troppo debole (circa 10 W) perché le loro antenne siano fisicamente in grado di produrre un’immagine di quella qualità, ma soprattutto il modulo orbitale della sonda Luna 4 non ha a bordo alcuna macchina fotografica!

I due fratelli hanno pensato erroneamente che Luna 4, così come il suo predecessore Luna 3, si limiti a scattare fotografie dalla sua orbita intorno alla Luna. In realtà Luna 4 è una missione più ambiziosa, contenente anche un lander che dovrebbe atterrare sulla superficie lunare e scattare fotografie dal suolo. Per risparmiare peso, non ci sono altre macchine fotografiche sull’orbiter. Ma a causa di un errore di traiettoria la sonda non riesce a entrare in orbita intorno alla Luna e non scatta nemmeno una foto. L’immagine diffusa alla stampa dai fratelli Judica Cordiglia viene probabilmente da qualche pubblicazione relativa alla scoperta del Mare Orientale (che si trova sul confine tra la faccia visibile e quella nascosta della Luna ed era stato recentemente osservato con tecniche innovative da telescopi terrestri).

I due radioamatori Gianfranco Corsi e Riccardo Rosati, in contatto con uno scienziato sovietico che ha spiegato loro le caratteristiche della missione, accusano i fratelli Judica Cordiglia di mentire e su proposta di Gianfranco Sinigaglia, uno dei padri della radioastronomia italiana, Giovanni Battista viene espulso dall’associazione radioamatori italiani (Achille non è iscritto).
L’espulsione passa inosservata e non ha alcun impatto sulla fama dei due radioamatori, i cui annunci sensazionali proseguono per gran parte degli anni Sessanta e continuano a godere di ampio credito fino ai giorni nostri. Le analisi molto approfondite che diversi esperti compiono negli anni e che dimostrano in modo conclusivo l’inconsistenza della leggenda dei cosmonauti perduti purtroppo non arrivano al grande pubblico.

Ma non c’è proprio niente di vero in questi annunci? È impossibile fare un’analisi sistematica, perché i due fratelli non hanno mai rilasciato al pubblico tutte le loro registrazioni, e in alcuni casi (come quello di Gagarin) hanno cambiato versione dello stesso evento a distanza di anni. Luca Boschini, che ha analizzato minuziosamente il materiale disponibile, è arrivato alla conclusione che nelle prime intercettazioni i due radioamatori credessero davvero di avere sentito la voce dei cosmonauti, ma che per soddisfare la continua richiesta di scoop dei giornalisti che pendevano dalle loro labbra abbiano cominciato a romanzare e abbellire sempre di più i loro resoconti, fino a perdere ogni contatto con la realtà. Più che di un inganno costruito a tavolino a danno dei giornalisti, si trattava quindi di una relazione malata in cui ognuna delle due parti dava all’altra quello che desiderava, senza troppo riguardo per la deontologia: da una parte fama e prestigio, dall’altra notizie scottanti ed esclusive.

Di sicuro non c’è neanche una intercettazione di cosmonauti alla deriva nello spazio che sia credibile. Oggi l’evoluzione del programma spaziale sovietico è ben nota, compresi i fallimenti tenuti nascosti per decenni, e non ci sono tracce di missioni umane prima di quella di Gagarin, né di cosmonauti morti nello spazio nei primi anni Sessanta. Al meglio delle nostre conoscenze il primo cosmonauta morto durante una missione è stato il povero Vladimir Komarov nel 1967. Oggi nessuno storico dello spazio crede alla leggenda dei cosmonauti perduti.

Ci sarebbe un modo per chiudere definitivamente la questione: esaminare da vicino le apparecchiature e le registrazioni. Ma non è mai stato possibile ed è improbabile che accada ora che Achille è scomparso e Giovanni Battista è molto anziano. Anche i libri “Questo il mondo non lo saprà” e “Banditi dello spazio”, pubblicati negli anni 2000, sono straordinariamente avari di dettagli: per esempio le fotografie delle loro apparecchiature, anziché essere stampate a tutta pagina, sono piccoli riquadri che lasciano gran parte dello spazio in bianco e non permettono di distinguere i particolari. Autorizzare verifiche minuziose e indipendenti avrebbe posto fine alle maldicenze: perché non è stato fatto?

Non vorrei che la mia incontenibile antipatia per i millantatori mi rendesse troppo severo. I fratelli Judica Cordiglia erano poco più che ragazzi quando raggiunsero la fama e finirono per rimanere intrappolati in un meccanismo di continui scoop che molto probabilmente si era avviato in assoluta buona fede. Inoltre la pubblicità che ricevettero incoraggiò altri radioamatori a tentare di ascoltare le trasmissioni provenienti dallo spazio, a volte con straordinario successo, come nel caso dell’insegnante di fisica inglese Geoffrey Perry, che semplicemente analizzando l’orbita del satellite Kosmos 112 fu in grado con il suo gruppo di dedurre l’esistenza del cosmodromo di Pleseck, fino a quel momento segreta.

A modo loro, gli Judica Cordiglia hanno contribuito a sviluppare l’alone di leggenda che circonda ancora oggi gli anni della corsa allo spazio. Ma una bella storia non deve mai avere la precedenza sulla verità.


Andrea Ferrero
Ingegnere spaziale. Coordinatore CICAP.

(*) Il mistero dei cosmonauti perduti (Q16) – Leggende, bugie e segreti della cosmonautica sovietica, di Luca Boschini (con prefazione di Paolo Attivissimo)