Quarantamila satanisti, in fila per 666…

Quarantamila satanisti, in fila per 666…

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Giandujotto scettico n° 115 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Il mito di “Torino magica” è quasi certamente un’invenzione recente. La capitale sabauda ha una lunga, vera e illustre tradizione di cultori di occultismo, e fu nel Settecento sede di logge massoniche e studiosi di esoterismo. Eppure, la vera e propria “Torino magica” di cui si chiacchiera da decenni è un prodotto di due elementi. 

Il primo fattore, quello generale, fu la modernizzazione sociale ed economica degli anni ’50-’60 e le colossali trasformazioni culturali che l’accompagnarono in città, con la comparsa rapidissima di nuove mode di massa e con l’esplosione di una gran varietà di offerte spirituali e neo-religiose.

Il secondo fatto, quello più specifico, fu la presenza in città degli ultimi scampoli di una piccola borghesia colta, avida di letture, ma pure irridente e pronta a raccontare con la massima compostezza sabauda storie improntate ai nuovi consumi spirituali collettivi: dischi volanti, neo-paganesimo, channeling e – appunto – occultismo in senso stretto.

Studioso di grande originalità e mentalista, ma anche attento alla filologia, Mariano Tomatis ha messo in fila in un suo articolo diverse fonti che aiutano a tracciare il modo in cui, anche tramite firme celebri (Giovanni Arpino, il pittore Lorenzo Alessandri, lo scrittore e giornalista Renzo Rossotti…), fra il 1970 e il 1975 si diffuse l’immagine, poi diventata uno stereotipo, della Torino come vertice del “triangolo della magia”; un triangolo che, a seconda dei casi, comprendeva Praga e Lione (Arpino), Londra e Chicago (Alessandri era più anglofilo, si direbbe) e che, con Rossotti, diventerà… un quadrilatero (Torino, Londra, Praga e Lione).

Noi qui vogliamo provare a discutere, per quanto possibile, soltanto uno fra gli elementi più urticanti di questa costruzione fatta tra il serio e il faceto: quello che, sulla base di Torino pietra angolare della magia, individuava nella città un luogo pullulante di gruppi e chiese sataniste. Anzi, era frequente imbattersi in una specie di valutazione quantitativa – quasi un censimento – dei satanisti torinesi. 

Ma chi li aveva contati? Non si sa; eppure tutti sapevano che a Torino c’erano ben 40.000 satanisti. È questa la cifra che ritorna, sulla stampa, a partire dagli anni Settanta. Proprio su questo conteggio abbiamo cercato di verificare un po’ di fonti.

Nel 2004, in modo un po’ obliquo e sia pure fra un discorso e un altro, della “leggenda dei quarantamila” si è attribuito la paternità Vittorio Messori, torinese in tutto tranne che per nascita: una figura originale di giornalista e scrittore, passato nel corso della sua lunga carriera da posizioni fortemente laiche a un super-cattolicesimo battagliero sino all’esasperazione. Eppure, questa auto-attribuzione lascia dubbiosi. 

Nel 1970, a ventinove anni, Messori aveva cominciato a lavorare per la cronaca cittadina di Stampa Sera. Inquieto e curioso, frequentava mille ambienti. Alla fine del 1975 fu, di malavoglia, tra i creatori di Tuttolibri, il supplemento letterario de La Stampa. Nel 2004 firmò insieme a un altro giornalista piemontese importante, Aldo Cazzullo, Il mistero di Torino, in cui sono ricostruiti scorci, personaggi, peculiarità della città. Rievocando gli anni passati a Stampa Sera, Messori racconta:

E, già che ci sono, mi deciderò a confessare, una buona volta, che a mettere in giro certe cose, entrate poi nella vulgata corrente, ha contribuito, divertendosi un mondo, il giovane cronista che ero. Mi è venuto da ridere quando sono stati pubblicati gli atti di un convegno sul diavolo organizzato a Torino (naturalmente) nel 1988, a livello scientifico, da un paio di facoltà universitarie. Ho riso, dicevo, perché un serissimo ricercatore ha condotto un’indagine per risalire all’origine di certe affermazioni sulla “città diabolica”. Quel volenteroso studioso si diceva perplesso, perché, risalendo la filiera dei “si dice”, questa la portava sempre a “Stampa Sera” dei primi anni Settanta. Ma sì, ero io che mi divertivo – non da solo, ma in combutta con qualche altro collega e conoscitore o adepto del giro – a lanciare presunte notizie o a sparare voci che nessuno era in grado né di smentire né di confermare: come la faccenda dei 40.000 satanisti presenti in città, numero da allora acriticamente riportato. 

Era per i lunedì mattina, proseguiva Messori chiacchierando con Cazzullo, che teneva in serbo le storie più ghiotte, comprese quelle sul Musinè, sulle presenze di fantasmi nell’Abbadia di Stura e così via. Tutto sembrava credibile, anche perché, spiegava, seminava negli articoli riferimenti eruditi, dettagli volti ad accrescere la credibilità del tutto. I corrispondenti da Torino dell’Ansa o di altre agenzie riprendevano le storie, che al martedì erano sui giornali nazionali, al mercoledì a volte su quelli stranieri, tanto che al venerdì si ritrovava a Torino corrispondenti di tv di varie parti del mondo a “documentare” il tutto. 

Non me ne pento: io mi divertivo, il giornale era contento di tanto interesse, a volte addirittura mondiale, non inventavo niente, ma riportavo voci e congetture… 

Ma fu davvero Messori, in prima persona, a mettere nero su bianco l’invenzione dei “40.000 satanisti”? Come visto, lui stesso non se l’attribuisce in modo secco. Parla di storie condivise con altri della redazione e con i tanti appassionati di misteri torinesi, che non esitavano a raccontarsi di tutto, anche a scapito l’uno dell’altro. 

L’archivio storico de La Stampa, da noi spulciato, non ci ha permesso di recuperare nessuno scritto di Messori che menzioni i “40.000 satanisti” (e non ne ha trovato traccia Ivo Maistrelli, che nel suo Torino misteriosa, fama (im)meritata? arriva a un’analoga conclusione). Dunque, il quadro di cui disponiamo è lacunoso, e le nostre considerazioni vanno considerate semplicemente un sentiero lungo il quale lavorare, non una conclusione ferma. 

La prima citazione a noi nota sui 40.000 satanisti è quella comparsa su Stampa Sera il 30 aprile 1977. Erano mesi turbolenti, in cui alcune città italiane erano nel caos per la guerriglia dell’estrema sinistra che aveva in quelle settimane epicentro a Roma e a Bologna. Incurante di queste cose, il giornale torinese proponeva invece un lungo approfondimento intitolato I satanici di Torino: un articolone dai toni volutamente esagerati, firmato dall’editore Piero Femore (Asti, 1936 – Torino, 2007), proprietario della Libreria “Campus” di piazza Carlo Felice. 

L’articolo partiva da un assunto dato come del tutto assodato: in città  il satanismo dilagava (il pezzo menzionava con malcelato divertimento le “candele nere prodotte con grasso umano” usate dai luciferini torinesi). Per avere ulteriori informazioni, Femore si era rivolto all’artista surrealista Lorenzo Alessandri (1927-2000), goliardo ed esoterista. Alessandri amava mescolare, come altri, occultismo e magia con le visioni futuriste dell’ufologia e con il suo pensiero artistico; e così, aveva acquisito fama di “esperto” in quegli ambiti.

Dal 1962 abitava in una villa di collina fra Avigliana e Giaveno, dal quale si scorgeva il “misterioso” monte Musinè. Così la descriveva Femore:

Per trovare la casa di Alessandri bisogna cercare, nella notte, un faro verde e rosso che indica, fra le colline di Avigliana e Giaveno, la strada per la villa […] Il soggiorno è tappezzato di maschere sataniche […] di teschi di monaci buddisti […] e ossa di streghe, tazze preziose e orrende scavate in teschi, e ciondoli, pendagli, paramenti per rituali satanici, ampolle di profumi esorcizzanti, campane senza battacchio […] e una inquietante terribile mano mummificata di una contessa inglese morta su una forca del ‘600. 

Una collezione che a noi fa pensare più che altro al Gozzano delle piemontesissime buone cose di pessimo gusto, in L’amica di Nonna Speranza.

Comunque, nell’intervista Alessandri negava di essere un satanista, ma affermava di essere un appassionato dello studio del fenomeno. Asseriva di esser riuscito una sola volta ad assistere, per caso, a una delle oscene parodie della messa cattolica che mettevano in atto (e non diceva nemmeno dove, dunque non si sa se parlasse di Torino).

Ma è proprio lì che Femore richiamava il presunto ruolo di “vescovo di Satana” che molti attribuivano all’artista, e anzi aggiungeva:

L’artefice dell’inatteso ritorno di Lucifero dovrebbe essere proprio lui, dato che a Torino il satanismo sarebbe rifiorito, tanto da contare 40.000 seguaci. 

Un occhiello dell’articolo, in tono anche più vago, diceva che “c’è chi dice siano 40 mila, ma la cifra sembra esagerata”. 

Da dove saltasse fuori questo numero, non era dato sapersi. Il testo non lo collega alle cose dette da Alessandri. Aggiungeremo solo, a commento, che la cifra è davvero impensabile: nel 1977 il comune di Torino aveva circa 1.130.000 abitanti; un torinese su ventotto, quindi, avrebbe dovuto essere un ammiratore di Satana. Detto in altri termini: statistiche alla mano, nel vostro condominio di Mirafiori, della Gran Madre o di Barriera di Milano almeno un ragioniere o un capo-reparto della FIAT doveva puzzare di zolfo. 

Per la verità, già in un’altra lunga intervista apparsa nel settembre 1972 su un mensile torinese del tempo, 45° Parallelo, Alessandri aveva accennato a un suo campionario di maghi e occultisti vari della città – e l’autore dell’articolo lo aveva descritto come una specie di “censimento”; ma niente di più.

Da allora in poi, senza la minima pezza d’appoggio documentale, la storia dei “40.000 satanisti” sarà ripetuta un gran numero di volte, e pure riproposta sulle pagine di Stampa Sera. Accadde ad esempio il 10 dicembre 1978, quando si metteva in rapporto, con stupore, la proporzione dei quarantamila luciferiani della Mole con i 70.000 (?) di una delle maggiori metropoli mondiali, Londra.

Non possiamo escludere del tutto che la storia dei “40.000 satanisti a Torino”, magari ascoltata altrove, sia circolata nel corso di chiacchierate fra intellettuali torinesi. Può darsi che a queste partecipasse anche Vittorio Messori, ma è una speculazione. 

Certo è che dalla sua casa di Giaveno, negli anni ’60, Alessandri contribuì a diffondere (anche se non può assolutamente esserne considerato l’inventore) un altro mito tutto torinese: quello del Musinè. Sulla sua passione per l’occulto, infarcita di scherzi, gusto per la decadenza e prese in giro, è indispensabile leggere il lavoro di Roberto Cera pubblicato sul sito del CESNUR (Centro studi sulle nuove religioni). Il saggio menziona anche la questione dell’inventata pletora satanica torinese, ma senza fornire luce ulteriore. 

Da tutto questo non intendiamo asserire che Femore sia la fonte prima di questa leggenda. Piuttosto, spieghiamo sino a quando siamo riusciti a documentarla all’indietro, sapendo bene che altre citazioni pre-1977 potrebbero esserci facilmente sfuggite. Al riguardo, pensiamo in particolare a quella fonte inesauribile di dicerie, notiziole, voci, curiosità, leggende che fu la Gazzetta del Popolo. 

Dopo il 1977 un altro originale torinese, Gianluigi Marianini, pure lui sodale di Alessandri, ripeté anche lui la nostra storia (e anche qui, nel 1986, in occasione di un documentario della sede regionale Rai per il Piemonte su Torino magica, opera di un altro giornalista che ebbe molta parte in queste storie, Nevio Boni); ma, soprattutto, nel 1978, contribuì a imprimerla nella mente degli appassionati il successo del centone misteriosofico Torino, città magica (Edizioni L’Ariete), dell’occultista locale Giuditta Dembech (1947-). Di recente, il 24 settembre 2021, sul giornale locale Cronaca Qui Manlio Collino ha di nuovo tirato in ballo sia Marianini, sia Messori, sia Alessandri (e suo fratello Maurizio) come creatori goliardici del mito della Torino magica, che – scrive – sarebbero riusciti ad accreditare su Stampa Sera fra il 1968 e il 1971.

Comunque sia, siamo certi che Piero Femore ebbe un ruolo di rilievo nel divulgare su vasta scala la storia dei “40.000 satanisti” attraverso Stampa Sera e che dopo di allora – anche se magari se n’era già parlato in maniera limitata – partì una reiterazione infinita di quel numero dei seguaci del re del Male. Al contrario, fino ad oggi non siamo riusciti a scovare assolutamente niente circa un asserito ruolo di Messori nella creazione di questa specifica versione del mito della Torino occulta.

Si ringraziano Mariano Tomatis, Francesco Albano e Ivo Maistrelli per i contributi all’articolo