Aurore boreali nel Piemonte ottocentesco

Aurore boreali nel Piemonte ottocentesco

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Giandujotto scettico n° 105 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Oggetto di congetture da sempre da parte della filosofia naturale, come si chiamavano un tempo le discipline scientifiche, le aurore boreali sono rimaste quasi del tutto incomprese sino a un tempo ben preciso: il 1859. Il 1° e il 2 settembre di quell’anno, infatti, si verificò una tempesta geomagnetica con pochi confronti nella storia moderna. Le masse espulse dalla corona solare raggiunsero l’atmosfera terrestre dando luogo ad aurore impressionanti sino alle latitudini della Colombia. Le linee telegrafiche di buona parte del mondo, ancora agli albori, si interruppero per giorni, mentre i pali telegrafici emettevano scintille e gli operatori addetti alle stazioni subivano scosse elettriche anche gravi. 

Fu in quei giorni che un astronomo inglese, Richard Carrington, studiò il fenomeno con il suo collega Richard Hodgson. Osservando i mostruosi brillamenti solari di quei giorni, formulò l’ipotesi che le aurore non avessero origine nell’atmosfera terrestre, come dicevano i modelli correnti dalla seconda metà del Settecento, ma ben più lontano: sulla superficie solare. E così, arrivò alla conclusione che quei bagliori notturni fossero strettamente legati ai massimi del ciclo undecennale della nostra stella – un’ipotesi che sarà poi verificata alcuni anni dopo. Per questo, il fenomeno dei primi due giorni di settembre del 1859 è passato alla storia come evento Carrington

Carrington e Hodgson cominciarono a pubblicare le loro osservazioni nel novembre 1859 sulle Monthly Notices of the Royal Astronomical Society. Il loro abbozzo teorico fu recepito dal matematico americano Elias Loomis che, subito dopo, si mise ad analizzare gli effetti geomagnetici dell’evento Carrington. Ne risultò una serie di nove articoli per l’American Journal of Science che, entro la fine del 1862, avevano mostrato alla comunità scientifica il legame tra le aurore e il ciclo dei massimi solari: era da lì che arrivavano l’energia e la materia che interagiva con l’alta atmosfera del nostro pianeta. 

Oggi vogliamo però raccontarvi di alcune aurore boreali spettacolari che avvennero appena qualche anno dopo, tra il 1869 e il 1872, e come furono recepite. Quando si verificarono, il Sole si trovava al massimo del suo undicesimo ciclo di attività (il conteggio parte da quando abbiamo registrazioni attendibili, cioè da metà Settecento). Il ciclo solare 11, successivo a quello in cui si verificò l’evento Carrington, fu anche uno dei più intensi: durò dal 1867 al 1878 e toccò il picco nell’agosto del 1870, come dimostra il parametro che si utilizza comunemente per misurarne la portata, cioè il numero di Wolf: una quantità che misura il numero di macchie e gruppi di macchie presenti sulla superficie solare nell’unità di tempo.

1869: Le prime avvisaglie del massimo solare

Dobbiamo buona parte delle notizie su questi eventi alle note che il religioso barnabita Francesco Denza (1834-1894), pioniere delle osservazioni meteorologiche moderne, trasmetteva da Moncalieri alla Gazzetta Piemontese, che poi diventerà La Stampa. Denza scrutava i cieli grazie a una serie di strumenti sistemati in cima al castello di Moncalieri.

La sera del 14 febbraio 1869, mentre seguiva i tracciati di uno sciame meteorico, verso le 22.30 vide verso nord “una insolita luce in quella plaga del cielo”. Rossiccia chiara, gli parve quella che si vede nelle notti serene subito prima del sorgere della Luna, ancora bassa sotto l’orizzonte. Alle 23.15 l’aurora raggiunse il massimo della visibilità: da nord-ovest si estendeva verso nord-nord-est fino a 35 gradi circa sull’orizzonte. Poi perse di forza e verso l’una del mattino scomparve. 

Denza però non si limitava alle osservazioni ottiche e alle descrizioni. Voleva misurare ciò che accadeva, e anche per le aurore boreali, che pure sono un fenomeno raro alle nostre latitudini, era discretamente attrezzato. 

Nel suo osservatorio disponeva di un declinometro: uno strumento inventato dal fisico francese Charles Coulomb negli anni ‘80 del Settecento, e che a quel tempo era l’apparecchio standard, sia pur approssimativo, per misurare la direzione del campo magnetico sul piano orizzontale. In quel momento però il locale in cui si trovava era chiuso per lavori, e quindi non poté verificarne i valori.

Ma Denza aveva anche un altro strumento: un elettrometro bifilare a induzione che, grazie al lavoro del fisico e meteorologo Luigi Palmieri (1807-1896), permetteva di valutare le variazioni dell’elettricità atmosferica; alle 23.30, poco dopo il massimo dell’intensità luminosa, diede valori molto più forti di due ore prima. Denza tuttavia era prudente: sapeva che lo spostamento dell’indice poteva “essere dipeso da altre cagioni”, e quindi esitò a collegarlo all’aurora di quella sera (Gazzetta Piemontese, 19 febbraio 1869). 

1870: l’anno della presa di Roma – e della cattura delle aurore

Il massimo di attività del ciclo XI del Sole si verificò nell’estate del 1870. Le conseguenze furono spettacolari. Vistosissime aurore della durata di almeno due giorni raggiunsero buona parte dei cieli italiani, con picchi a settembre e ad ottobre.

Le notti del 24-25 settembre videro alcune delle aurore più intense. Denza non studiò direttamente il fenomeno, ma raccolse parecchie testimonianze al riguardo. Ne riferì sulla Gazzetta Piemontese dell’8 ottobre. A parte le tantissime osservazioni fuori regione (fino a Roma!), aveva avuto notizie dall’Astigiano, e in particolare da un altro religioso, astrofilo e meteorologo come lui, don Pietro Maggi. Questo sacerdote fu fra i più importanti promotori della meteorologia italiana di quegli anni; aveva una stazione osservativa a Volpeglino, presso Tortona. 

Maggi scrisse a Denza che la luminosità era iniziata verso le 22.20 del 24, ma era diventata intensissima solo intorno all’una del 25. A quel punto si estendeva dall’Orsa Maggiore sin quasi all’orizzonte.

Molte colonne di luce bianca s’innalzarono in seguito all’est ed all’ovest fino a 40 gradi sull’orizzonte medesimo, di guisa che, verso le 2, la regione celeste posta al nord era rischiarata di vivissima luce che occupava 113 gradi in larghezza, tra Vega e l’alfa dell’Orsa Maggiore, e 40 gradi in larghezza. Le colonne luminose disparivano e riapparivano ad intervalli, ed erano dotate di moto ondulatorio, dirigendosi ora verso est, ora verso ovest.

Uno spettacolo sorprendente, per le latitudini dell’Italia settentrionale, che spaventò anche parecchie persone:  

Però il più bello del fenomeno avvenne dopo le 3 ant., nella quale la luce aurorale era così viva che arrecò maraviglia a molti, spavento ad alcuni che la credettero luce di incendio lontano o di qualche insolito fatto. Le colonne luminose divennero ancora più numerose e più brillanti, ed una, tra le altre, a 3 ore 20 min. s’innalzò fino a 57 gradi al di sopra l’orizzonte; esse apparivano tinte di vaghi e molteplici colori, i quali variavano tra il rosso-igneo, il biancastro, il giallognolo e il cinerino. Il loro splendore era poi così intenso che continuarono a vedersi anche nell’apparire dei crepuscoli mattutini…

La sera del 25, a Volpeglino, l’aurora riprese a manifestarsi. Cessò soltanto verso le 22.20. Alla stazione di Moncalieri, l’elettrometro e il declinometro si agitarono a lungo. Non comprendendo ancora la natura del fenomeno, i due religiosi guardavano, in maniera un po’ ingenua, anche le variazioni termometriche e barometriche. 

La sera del 14 ottobre Denza registrò una nuova aurora, ma otticamente meno intensa di quella di fine settembre, forse anche per via della presenza della Luna Piena, che ne ostacolava l’osservazione (Gazzetta Piemontese, 18 ottobre 1870); ma tutto ciò era ben poco a fronte di quello che sarebbe accaduto di lì a pochi giorni. 

Il grande fenomeno del 24-25 ottobre 1870

Un mese dopo, nei cieli di tutto l’emisfero settentrionale si manifestò un’aurora così intensa da non aver precedenti. 

Le prime cronache comparvero la mattina del 25 ottobre sulla Gazzetta: dalle 18 del giorno prima, migliaia di torinesi si erano messi ad osservare il cielo, diventato rosso da nord-est a nord-ovest sino a 40 gradi di altezza. Molti si spaventarono, pensando che qualche grande incendio fosse in corso nella periferia settentrionale della città. In altri punti del cielo si vedevano “macchie rosee”. Sul quotidiano comparve una lunga comunicazione del matematico astigiano professor Alessandro Dorna (1825-1886), che da cinque anni era succeduto a Giovanni Plana, alla direzione dell’Osservatorio astronomico di piazza Castello. 

Dorna spiegò che il punto di massima luminosità, poco prima delle 21, era coinciso quasi a perfezione con la posizione celeste dell’Orsa Maggiore, cosa che doveva rendere il tutto ancora più maestoso. Ancora verso mezzanotte si vedevano luci, anche se più sbiadite, sia verso est sia verso ovest. Da qualche ora, peraltro, il nuovo, grande declinometro che era stato collocato in cima all’osservatorio da non più di due mesi aveva dato segni di attività intensa nell’alta atmosfefa: si noti che per Dorna, nel 1870, “quelle forti correnti” erano “cagione precipua dell’aurora boreale”. Il fatto che le tempeste geomagnetiche fossero dovute ai massimi solari  ancora non era diventato patrimonio comune, tra gli scienziati italiani, nonostante fossero passati già undici anni dall’evento Carrington del luglio 1859.  

D’altro canto, l’intensità e il ripetersi del fenomeno rafforzò le quasi inevitabili paure e supposizioni. Ne abbiamo qualche indizio dalla Gazzetta Piemontese del 26 ottobre: il giorno prima migliaia e migliaia di persone si erano assiepate per gran parte della notte su terrazzi e balconi, per assistere allo spettacolo. Stando ai telegrammi arrivati da Milano, Venezia, Genova, Bologna – per trascurare ogni località del Piemonte – anche altrove era accaduto lo stesso. A Venezia circolava la voce che si trattasse dei riflessi di Parigi in fiamme. Proprio in quei giorni, infatti, la capitale stata cinta d’assedio dalla coalizione tedesca guidata dall’esercito prussiano, dopo la sconfitta subita dai francesi a Sedan ai primi di settembre.

Da quello che si capisce, i fenomeni celesti furono anche una buona occasione per recriminare su un altro grandioso evento che si era svolto da poco in Italia. Il 20 settembre, infatti, l’esercito italiano aveva rotto gli indugi e aveva eliminato le ultime resistenze delle forze papaline che occupavano Roma. Lo Stato Pontificio era stato sconfitto; di lì a pochi mesi, il 3 febbraio 1871, Roma sarà proclamata capitale d’Italia. Chi vedeva con orrore quei rivolgimenti politici, ovviamente, interpretava quel cielo rossastro come un segno di ira divina – forse anche un presagio di futuri castighi. Ma non tutti erano d’accordo; Gazzetta Piemontese, il 26 ottobre, commentava:

Adoperando prima la logica di quegli uccelli del malaugurio, che non sanno vedere in quel color sanguigno che il presagio di stragi imminenti, e guerre devastatrici, e morti generali, quasi a divin castigo dell’andata a Roma dei nostri bravi soldati, risponderemo invece sembrarci che anche il cielo con magnifici e così tranquilli e sereni prodigi, voglia salutare in modo veramente maestoso ed imponente, l’ultima fase del risorgimento italiano.

Lo stesso clima è presente nella poesia L’aurora boreale del 25 ottobre 1870 di Aleardo Aleardi. L’autore parla di gente che “si affaccia a le finestre, apre le porte,/discinta accorre, attonita, temente/il prodigio a mirar giù ne la corte”, mentre un anziano “caccia le mani ne la scarsa chioma,/ed in aria profetica bisbiglia/non so che di Pontefice e di Roma”. Conclusione patriottica: quelli non sono foschi presagi, ma

[…] Quella è l’aurora
D’un secol novo, intelligente e pio.
L’Italia à spento il Vaticano, ed ora
Là ne fan festa gli angioli di Dio.

Al di là del clima politico, l’aurora del giorno 25 fu studiata anche dal punto di vista scientifico. Il 30 ottobre il prof. Dorna pubblicò sul quotidiano torinese una relazione più dettagliata: 

L’arco luminoso bianco apparve al nord, da occidente fin quasi ad oriente, così splendido che pareva quasi dovesse spuntare il Sole da quelle parti; così elevato, da comprendere tutta la grande Orsa, quasi che appoggiasse su grandi cumuli neri sottostanti. L’arco bianco era nettamente circondato da un altro arco rossigno, quasi rosso, che si estendeva da est sino a sud-ovest, sì che Saturno alle 7 pom. vi era dentro e la via lattea vi era interamente coperta. L’immensa zona circolare era continuamente attraversata da lunghi raggi di luce rossigni, biancastri, giallognoli, i quali si accendevano a strati, qua e là contemporaneamente, alcuni istantanei, altri della durata di minuti intieri. 

L’aurora in provincia

L'osservatorio di Fossano

L’osservatorio di Fossano in una foto d’epoca

La vistosità dell’evento fu tale da lasciar traccia anche nelle cronache provinciali. Il 26 ottobre, sempre su Gazzetta Piemontese, comparve la lettera di un ignoto osservatore di Cossano Belbo, nelle Langhe cuneesi, che descriveva con grande sorpresa lo spettacolo del 24. Aveva cominciato a vedere il fenomeno verso le 20.45: una grande “striscia rosso-infiammata” si estendeva lungo tutto l’orizzonte da est ad ovest; anzi, era addirittura visibile verso il quadrante sud-ovest! Non sarebbe però stata osservata a lungo: verso le 22.15 era già sparita. 

Non molto lontano, a Fossano, aveva cominciato ad operare come astrofilo e come meteorologo l’insegnante Giovanni Ballatore, che negli anni a venire diventerà un punto di riferimento per la nascita della moderna meteorologia italiana. Il 30 ottobre 1870, su Il Fossanese, pubblicò la sua relazione osservativa. Anch’essa testimonia quanto l’episodio sia stato clamoroso. 

Verso le ore 9,15 questa meteora prese un aspetto imponente, meraviglioso; l‘arco infuocato sempre più s’ingrandì sino ad occupare dall’Ovest all’ENE, cioè uno Spazio di circa 160 gradi dell’orizzonte, sicché il suo asse non era più sul meridiano astronomico, ma sul meridiano magnetico; verso le estremità l’arco assumeva una tinta purpurea quasi violacea, mentre verso iI centro, che era occupato dall’Orsa maggiore, andava sbiadendosi fino all’azzurro del cielo. Intanto apparvero nella volta celeste degli archi luminosi bianco-brillanti, che partendo pressoché dalla via lattea e convergendo verso Io zenit, andavano ad immergersi nell’arco. Queste striscie luminose svanivano mentre altre più brillanti comparivano. In questo punto il fenomeno era meraviglioso, ed il nostro belvedere era popolato di spettatori stupefatti. Alle 9,40 i raggi sparvero, e poco dopo il rosso si sformò, si divise in due macchie, restando una all’ovest, e l’altra all’est-nord-est. Alle 11,30 queste due macchie sparvero.

Su Il Vasco, settimanale di Mondovì, il 30 ottobre comparve invece una relazione firmata da un certo C. Bruno, che descriveva nei dettagli i particolari delle aurore del 24 e del 25 ottobre 1870. Si trattava probabilmente di don Carlo Bruno (1831-1916), insegnante di scienze naturali e astrofilo, che aveva impiantato un osservatorio sul seminario di Mondovì. Si interessò di meteorologia, geologia, e fu tra i primi esploratori della Grotta di Bossea. 

Ma Bruno non si limitava alle descrizioni, e provava a darne una spiegazione; in questo, mostrava di avere nozioni avanzate sulla natura delle aurore boreali. Le idee prevalenti sino a poco tempo prima, quelle derivanti dalle teorie di Franklin sull’elettricità atmosferica – spiegava – erano ormai superate: com’era possibile, del resto, che quelle variazioni, se di origine locale, si propagassero a intere parti del globo e che, oltretutto, oscillassero con cadenze ritmiche nel corso degli anni? E riferiva poi che Angelo Secchi, il gesuita che in quegli anni stava fondando la spettroscopia astronomica guadagnandosi il titolo di “chimico del cielo”, si era dato a cercare “nelle burrasche, che avvengono nel Sole, l’origine prima come di ogni grande perturbazione terrestre, così delle stesse aurore boreali”. 

Solo due giorni prima, un certo C.G. su La Sentinella delle Alpi descriveva lo spettacolo da Cuneo, dove

[…] furono visti sugli spalti ad osservare il magnifico spettacolo, moltissimi cittadini, tra cui alcuni che sono soliti di andar a dormire colle galline ed altri che per qualsiasi motivo diverso non avrebbero lasciato interrotta una partita a scacchi che a quella ora stanno seralmente facendo nel Caffè Grande con una serietà degna delle nebbie d’Albione.

Eppure, lui si attardava ancora con la spiegazione legata ai flussi d’elettricità, prestando fede al modello sviluppato dal fisico svizzero Auguste de la Rive (1801-1873). Per lui, l’aria delle regioni fra i tropici, carica positivamente, aumentava di tensione risalendo verso i poli, e, attraverso l’azione del ghiaccio delle nuvole situate a latitudini alte, creava nel suolo un campo elettrico carico positivamente che si muoveva dai poli verso l’equatore. Era l’accumulo di particelle ghiacciate a provocare i fenomeni luminosi: gli aghi degli strumenti si agitavano a causa delle rapide variazioni d’intensità delle correnti… Insomma, una teoria elettromagnetica per le aurore, ingegnosa ma del tutto erronea. De la Rive aveva anche ideato un apparecchio sperimentale, l’uovo elettrico, per cercare di dimostrare in modo sperimentale la bontà della sua ipotesi.  

Gli eventi del 1871

Pochi mesi dopo i grandi spettacoli di ottobre, il 12 febbraio 1871, Maggi ebbe modo di osservare una nuova aurora e ne scrisse rapidamente a Denza che, come gli sarà abituale per molti anni per qualsiasi evento astronomico e meteorologico interessasse il Piemonte, girò subito ogni informazione alla Gazzetta. Il quotidiano tornò quindi a dargli la parola nell’edizione del 19 di quel mese. La cosa più originale è che, anche in questa occasione, Denza non si sbilanciò sulla controversia scientifica ormai pienamente esplosa in tutto il mondo. Le aurore avevano origine e causa negli strati superiori dell’atmosfera e nella variazioni di potenziale della Terra, oppure erano dovute a flussi energetici provenienti dallo spazio, e in particolare, da emissioni che giungevano dal Sole? 

Per lui la teoria aveva subito “fin troppe oscillazioni”, da Gassendi a van Musschenbroek nel Sei-Settecento, fino alle ipotesi più recenti formulate da De la Rive e Silbermann: però di coloro che, pochi anni prima, avevano suggerito con sempre maggior chiarezza la natura solare delle aurore – da Carrington al suo collega Secchi – Denza non diceva niente. Eppure, proprio in quel periodo era in rapporti con Secchi anche e proprio per le numerose aurore prodotte dal massimo di attività solare. Ne fa fede un’altra lettera di Denza pubblicata appena due settimane dopo, il 26 febbraio. Aveva ricevuto direttamente da Secchi informazioni sul fatto che il fenomeno del 12 era stato visto anche dall’Osservatorio vaticano. 

Anche l’anno dopo, peraltro (Gazzetta Piemontese, 13 agosto 1872), nel descrivere altri eventi aurorali visti da lui a Moncalieri – ma anche da Maggi a Volpeglino e ad Aosta da un altro sacerdote-meteorologo alessandrino, don Giovanni Volante (1844-?), che sin dal 1858 dirigeva un osservatorio installato nel seminario cittadino – si attardava con le vecchie teorie sulla natura delle aurore. Pure quelle, per lui, erano state “effetto delle correnti d’aria che tennero dietro ai calori, che dovunque si ebbero in sul terminare del mese passato”. D’altro canto, la statura scientifica di Secchi era ben superiore a quella dei suoi interlocutori piemontesi: fu lui che, superando molte resistenze di suoi colleghi, riuscì a far prevalere la necessità che l’astronomo, prima che un semplice osservatore dei fenomeni celesti, fosse anche un fisico. Ed anche quella era la strada giusta per spiegare in modo adeguato il fenomeno delle aurore.  

Altre aurore più deboli furono osservate da Maggi a Volpeglino il 18 marzo (Gazzetta Piemontese, 24 marzo 1871)

Un’aurora ampiamente preannunciata

Uno degli episodi più interessanti della serie fu quello che ebbe luogo nella notte fra il 17 e il 18 giugno 1871. Dalle ore 0 del giorno 17 Denza, in accordo con l’astrofilo Demetrio Diamilla-Muller (1826-1908), che lavorava a Firenze, aveva iniziato una serie di rilevazioni declinometriche e meteorologiche: volevano capire se le variazioni della declinazione magnetica che erano state registrate in vari osservatori in occasione dell’eclisse solare del 22 dicembre del 1870, vista in buona parte d’Italia, si sarebbero ripetute in concomitanza con un’eclisse anulare che in quei minuti stava avendo luogo dalla Cina all’Australia. 

Circa cinquanta minuti prima di mezzanotte si accorse che il declinometro aveva cominciato a spostarsi verso ovest, per poi variare lentamente ma decisamente verso est. Ma lo spostamento e l’agitazione dell’ago sia in senso verticale sia orizzontale gli sembravano troppo forti per un evento del genere. Per questo, sospettò che stesse per manifestarsi un’aurora boreale. E in effetti, scrisse Denza per la Gazzetta Piemontese del 21, così fu. Dalle 2 il cielo a nord diventò rosso vivissimo. Denza lamentava che la luce diurna, fra le 8 e le 9, gli aveva impedito di vedere uno spettacolo forse ancora maggiore, perché la deviazione del declinometro aveva toccato i 30° ovest. 

A parte altre cose del erronee (continuava ad associare burrasche e piogge intense alle aurore), spiegava che era ormai certissimo che le aurore degli ultimi due anni avrebbero un giorno fatto “epoca nella scienza di queste meteore”. A parte quella del 18, ne aveva notate, insieme alle perturbazioni magnetiche, nelle notti del 7 e del 12 giugno, e altre due il 22 e 23 aprile, quest’ultima più vistosa e osservata anche da Bra e Alessandria (Gazzetta Piemontese, 25 aprile). Il fatto che le conoscenze geofisiche di Denza fossero ancora traballanti è confermato da un fatto: alle aurore boreali, lo studioso associava tre aloni solari “assai splendidi” visti da Moncalieri il 6, 11 e 14 giugno, e ipotizzava un legame tra i fenomeni. Nonostante questo, però, Denza era riuscito a predire l’aurora con circa ventiquattr’ore di anticipo: tutto sommato, un ottimo risultato!

Infine, nel corso del 1871, almeno altri due deboli fenomeni furono visti la sera del 2 novembre dalla stazione di Volpeglino, quella di Maggi, e verso la mezzanotte del 9 dal matematico e astronomo Donato Levi (1834-1885), assistente dell’Osservatorio di Torino (Gazzetta Piemontese, 10 novembre 1871).

1872: l’ultimo gruppo di casi

A parte quelle del mese di agosto, di cui si era già accennato prima, un ultimo gruppo di aurore più o meno deboli fra quelle del ciclo XI fu visibile fra il 6 e il 10 aprile 1872. Denza se ne occupò sulla Gazzetta Piemontese del 17: uno spazio speciale fu dedicato alla descrizione che gli inviò don Carlo Bruno da Mondovì. L’aveva seguita dall’osservatorio posto in cima al seminario. Un anno e mezzo prima, sul settimanale cuneese Il Vasco del 30 ottobre 1870, così lo stesso don Bruno aveva concluso il suo intervento sulle grandi aurore del 24 e del 25 di quel mese:

[…] questo soggetto è un mare magnum, e […] noi vi vediamo ancora ben poco. Sarebbe follia inquietarsi di una meteora che non è più funesta di quello sia l’arco baleno, e non è più spaventosa dei nostri temporali di estate. La novità e l’imponenza della meteora possono oggi rendere scusabile il ridicolo fantasticare, e l’apprensione che ne ha avuto alcuno; però stiamo tutti di buon animo: la meteora che ci ha visitati nelle due notti passate avrà questi soli effetti: essa fu per noi un magnifico spettacolo che ci fu regalato senza spesa, e agli studiosi una preziosa occasione di ricerche e di cognizioni. 

Immagine di copertina: L’aurora del 24-25 ottobre 1870 vista da Caltagirone, acquerello di G. Montemagno, INAF-Osservatorio Astronomico di Palermo, Archivio Storico