Il fantasma della bella cappellaia

Il fantasma della bella cappellaia

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Giandujotto scettico n° 103 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Un fantasma si aggira per Torino. Se non proprio nelle vie cittadine, almeno nei libri sui misteri della capitale sabauda, nei siti web dedicati e nei tour a tema. Sarebbe il fantasma di una cappellaia ghigliottinata per aver ucciso il marito. 

Quello della bella cappellaia non è che uno dei tanti fantasmi che vagherebbero inconsolabili per Torino, ma questo è uno spettro che ha avuto un incredibile successo, specie negli ultimi anni. La storia, d’altra parte, si presta ad essere raccontata, tanto che, nel 2019, le è stata dedicata addirittura un’escape room a cielo aperto (praticamente, una specie di caccia al tesoro per le strade della città).

Della vicenda esistono numerose versioni, ma vi raccontiamo la più diffusa. Siamo nella Torino napoleonica, quella di inizio Ottocento. Bella e giovane, la protagonista della nostra storia viene costretta dal padre a un matrimonio di interesse: sposa l’anziano titolare di una botteguccia di cappelli, e lì lavora. Lei però non lo ama, e si sa come vanno queste cose. Spesso nel suo negozio si intrattiene (più del dovuto, dicono le malelingue) con i suoi numerosi clienti. Un giorno, il dramma: il marito viene trovato morto nel suo letto. La voce popolare accusa la donna di averlo avvelenato, e la bela caplera viene incriminata e condannata alla pena di morte (non si sa se a ragione o a torto). Secondo la tradizione, la sua testa sarebbe stata la prima a cadere per mezzo di un nuovo strumento di morte sistemato in piazza Carlina, come i torinesi chiamano confidenzialmente piazza Carlo Emanuele II: la ghigliottina, tragica innovazione del governo francese.

Il boia è affascinato da quel nuovo strumento e dalle voci secondo cui il taglio è così veloce che la testa rimane cosciente per qualche secondo. Così, chiede alla sua prima vittima di dargliene una prova. Quando la testa della bella cappellaia rotola giù dal patibolo, il boia la solleva e la schiaffeggia, accorgendosi che la vittima lo guarda ancora, e che dagli occhi escono lacrime di pianto… Da allora, il fantasma della donna si aggirerebbe in piazza Carlina, tormentato dai rimorsi (oppure, affermano altre fonti, alla ricerca dei suoi lunghi capelli, tagliati per l’esecuzione); altri, invece, giurano che infesti qualche soffitta della vicina via Bogino.

La storia è stata indagata da Piera Rossotti Pogliano, che ha vagliato gli atti processuali del periodo napoleonico e ha individuato la possibile fonte di ispirazione della vicenda. Le sue conclusioni sono state riassunte nel 2017 nel volume La Bela Caplera e altre donne sole o malaccompagnate nella Torino napoleonica (Edizioni EEE); per una presentazione più stringata, vi consigliamo anche questo video della Civetta di Torino (alias Manuela Vetrano). 

Spiega Piera Rossotti Pogliano nella prefazione del suo libro: 

Le sentenze del Tribunale Criminale della Torino napoleonica, attivo dal 1802 al 1811, sono raccolte in sedici, grandi registri, conservati all’Archivio di Stato di Torino, nella sede di via Piave, il vecchio ospedale San Luigi. Così, ho iniziato con entusiasmo a leggere quelle pagine pazientemente vergate dai cancellieri, in un francese per lo più corretto, che racchiudono le sintesi dei processi, le sentenze e le loro motivazioni, e poi anche i verbali delle esecuzioni capitali. Della Bela Caplera, per lungo tempo, nessuna traccia. […] Un bel giorno, in un caldo pomeriggio di luglio, è arrivata pure lei, la Bela Caplera, a raccontarmi di sé.

Gli atti processuali registrano infatti tra i condannati una certa Maria Bel, “detta la cappellaja”, decapitata il 28 febbraio 1807. Ma la sua storia è un po’ diversa da quanto si dice in giro.  

Cominciamo col dire che Maria Bel non fu la prima giustiziata di piazza Carlina. A Torino, la ghigliottina cominciò a funzionare il 20 fiorile dell’anno X (, corrispondente al 10 maggio 1802). I suoi primi “clienti” furono uomini, i fratelli Bonzano, condannati a morte dal Tribunale Criminale. Non fu nemmeno la Caplera la prima donna a subire questa sorte: prima di lei, Maria Elisabetta Bressi (24 agosto 1803) e Anna Maria Perrino (14 marzo 1804), furono entrambe decapitate per tentato avvelenamento.

D’altra parte, le donne effettivamente giustiziate a Torino furono pochissime: appena tree su un totale di 306 giustiziati. Si tratta delle già citate Elisabetta Bressi, Anna Maria Perrino e della nostra Maria Bel. C’è poi Maria Argentera, condannata per infanticidio ma rinviata al Tribunale di Cuneo, cui devono aggiungersi due sentenze capitali comminate in contumacia, cioè in assenza delle colpevoli: quella contro Teresa Rigoletti (per tentato avvelenamento) e quella verso Caterina Grand (per infanticidio).

In quegli anni le donne finivano alla sbarra per lo più per piccoli crimini, come il furto domestico (punito con otto anni di carcere, al netto di eventuali aggravanti) e il vagabondaggio. Molto più grave (ma anche difficile da provare) era l’infanticidio,  di cui per il solito erano accusate donne povere e sole che cercavano di liberarsi del frutto di gravidanze indesiderate. L’altro reato ricorrente era il tentato avvelenamento, un reato che, per la giustizia dell’epoca, comportava la pena capitale, dal momento che era equiparato all’avvelenamento portato alle sue estreme conseguenze. La sostanza più usata era l’arsenico, del resto. venduto in farmacia dietro presentazione di ricetta e usatissimo come topicida. 

Elisabetta Bressi, ad esempio, lo aveva mescolato a una zuppa destinata alla vecchia zia. Aveva una figlia da maritare e sperava di ereditare, ma la parente trovò che la zuppa aveva un cattivo sapore, sospettò il misfatto e si procurò il vomito. Anche quello di Anna Maria Perrino fu un tentativo a vuoto: lei, ventottenne, era sposata con un uomo di settantotto anni che la trattava come una serva. Dagli atti processuali sembra che avesse messo il veleno nel bicchiere del marito, che però lui non bevve… Le prove, per la verità, non sono così schiaccianti: ma c’era un movente, la presenza di un giovane amante che era anche un poco di buono, e la circostanza per il giudice fu sufficiente. 

C’era poi Teresa Rigoletti: anche per lei un matrimonio infelice, anche lei innamorata di un altro. Tentò tre volte di far fuori lo sposo ingombrante per mezzo dell’arsenico, ma invano. La prima volta fu il cognato Giuseppe a bere la zuppa fatale (che comunque fatale non era, e l’uomo si salvò); la seconda volta il veleno andò alla persona designata, ma non ce n’era abbastanza da uccidere; la terza, di nuovo, finì alle quattro figlie del cognato, ma l’arsenico rimasto era ben poco, e l’unico a rimetterci fu il gatto di famiglia che aveva sorbito anche lui un po’ di zuppa… 

Prima che i membri della famiglia facessero due più due, Teresa pensò bene di rendersi irreperibile. Fu condannata in contumacia alla pena capitale.  

E poi, nel girone delle “quasi avvelenatrici” c’è lei, la nostra Maria Bel. Le carte processuali ce ne danno una descrizione precisa:

23 anni, altezza 1 metro e 60 centimetri, capelli e sopracciglia castani, fronte coperta, occhi castani, naso regolare, bocca media, mento rotondo, viso ovale.

Maria Bel, sposata Ivaldi, era detta “la Cappellaja”, ma in realtà svolgeva un altro mestiere. Le carte la definiscono, con un eufemismo, “di professione donna pubblica”. Alla sbarra ci finì con Giuseppe Cavallo, detto Parrucchino (era parrucchiere), probabilmente il suo amante. I due erano accusati di aver avvelenato Giuseppina Maggiora, una collega di Maria Bel. 

All’origine di tutto, probabilmente, una lite per un alloggio. Maria Bel voleva affittare una camera (la più bella del palazzo), che era già occupata da Giuseppina Maggiora. Quest’ultima aveva già intenzione di andarsene, ma aveva pagato un’intera mensilità. Maria Bel le aveva chiesto di andar via prima. Avevano litigato, e la questione era finita davanti al giudice di pace. Esito dell’arbitrato: Giuseppina Maggiora se ne sarebbe andata via subito dalla camera, ma Maria Bel doveva versarle un indennizzo di ventiquattro franchi. La donna aveva pagato, ma a denti stretti, e aveva giurato vendetta. La sua avversaria andò a vivere dall’altro lato della balconata, presso la camera di Luisa Moriondo. Le due “colleghe”, pur essendo vicine di casa, si parlavano a malapena. 

Poi, il 27 giugno 1806, Maria Bel si era trovata a cena con altri tre amici, tra cui Giuseppe Cavallo. Avevano mangiato, avevano scherzato, e poi era andata a chiamare Giuseppina Maggiora, perché bevesse un bicchiere con loro. Lei si era fatta pregare, ma poi aveva accettato di passare per un saluto veloce (chiedendo però alla coinquilina di venirla a chiamare dopo un po’ con una scusa, perché non le andava di rimanere a lungo). Presso la casa di Maria Bel, Giuseppina aveva bevuto un bicchiere di vino che le era stato versato da Giuseppe Cavallo, e subito era stata male. Erano circa le nove di sera. 

Sulla presunta avvelenatrice pendevano tre indizi: il primo, era che si era offerta di chiamare il chirurgo, ma poi aveva tergiversato. Testimoni l’avevano vista seduta sulle scale, che aspettava chissà cosa; il medico, poi era arrivato solo alle undici, e aveva sgridato tutti per averlo avvertito con tanto ritardo. Secondo: a detta dei presenti Maria Bel aveva in mano, prima del presunto avvelenamento, un pacchettino di carta blu; gli inquirenti sospettavano contenesse l’arsenico. Terzo: quando era arrivata Luisa Moriondo, anche a lei era stato offerto il vino- Dal momento che non c’erano bicchieri puliti, si era offerta di bere da quello della coinquilina. Giuseppe Cavallo, però, aveva insistito per sciacquarle il bicchiere… A un lettore moderno quest’ultimo fatto non suonerà poi così sospetto, ma bisogna dire che all’epoca le regole di igiene erano meno rigide che ai nostri giorni. Anche la Maggiora, d’altra parte, aveva bevuto nel bicchiere usato di Maria Bel.

Ad ogni modo, dopo quel fatidico brindisi, Giuseppina aveva cominciato a stare davvero male. Si sentiva la bocca e il corpo in fiamme e le veniva da vomitare. Qualcuno aveva portato del ghiaccio con cui le erano stati fatti degli impacchi freddi. Il dottore, un certo chirurgo Rossi”, le aveva trovato “chiari segni di avvelenamento da arsenico”: tumefazione alla bocca, infiammazione del tubo digerente e dell’intestino, vomito schiumoso e biancastro venato di sangue, dolori lancinanti al ventre. Aveva prescritto olio e acqua di magnesia in parti uguali, e la donna si era ripresa. Ma sarebbe bastata un’ulteriore attesa – affermava il chirurgo – perché l’esito fosse ben più tragico.

Al processo testimoniarono Rosa Fassetta (l’affittacamere), i presenti alla cena e la coinquilina di Giuseppina Maggiora, oltre ai due imputati e alla parte lesa. Maria Bel e Giuseppe Cavallo negarono ogni addebito e cercarono di discolparsi. Il ritardo nel chiamare il chirurgo? Via, non si chiama il medico per un mal di pancia! E comunque, Maria Bel aveva portato il ghiaccio… L’intossicazione? Colpa del vino, alcuni non lo sopportano! D’altra parte anche un’altra donna, Lucia Porta, era presente alla cena, e pure lei era stata leggermente male, e pure a lei a quel punto era stato rifilato il rimedio a base di olio e acqua di magnesia. Il pacchettino blu? Semplice tabacco da fiuto. E quell’insistenza a voler sciacquare il bicchiere alla Moriondo? Anche lì, solo buona creanza, e nessun secondo fine. 

Ma le giustificazioni non furono reputate convincenti. Giuseppe Cavallo fu considerato “complice inconsapevole” e rimesso in libertà. Maria Bel, invece, fu destinata alla ghigliottina. La condanna fu pronunciata il 17 dicembre 1806. La sentenza fu eseguita il 28 febbraio 1807.

Ecco dunque come si svolsero i fatti secondo le carte processuali. La vicenda di questa “cappellaja” è ben diversa da quella della leggenda. Forse la fantasia popolare unì insieme storie diverse, e l’appellativo di Maria Bel con le vicende di Anna Maria Perrino o di Teresa Rigoletti. Forse, molta parte si deve al ricordo distorto di una frase che Maria Bel pronunciò al processo:

“Se mai avessi voluto avvelenare qualcuno, quello avrebbe dovuto essere mio marito, che è una persona insopportabile”.

Parole che, probabilmente, non la misero in buona luce di fronte ai giudici del tribunale. 

E la questione del boia e delle lacrime? Beh, nell’Ottocento le storielle sulla ghigliottina erano moneta corrente. Non appena il nuovo strumento di morte si diffuse, cominciarono a propagarsene di ogni tipo: racconti su teste ancora vive che si avevano sbattuto gli occhi quando erano state mostrate alla folla già spiccate dal corpo; teste di amanti aristocratiche che si erano baciate, buttate insieme nel paniere; teste che avevano roso il cesto a suon di morsi, cercando di scappare da quel carnaio… Dopotutto i contadini non vedevano continuamente polli andarsene in giro per l’aia con il capo reciso? Come non pensare che qualcosa del genere potesse accadere anche agli esseri umani?

La leggenda più celebre è forse quella che riguarda Charlotte Corday D’Armont, l’assassina del rivoluzionario Jean-Paul Marat. La storia della sua esecuzione fu raccontata dal boia Charles-Henri Sanson nelle sue memorie. Non appena la donna era stata ghigliottinata, diceva, era accaduto un fatto imprevisto:

Mi trovavo ancora ai piedi del patibolo, quando uno di coloro che avevano voluto immischiarsi di ciò che non li riguardava, un carpentiere di nome Legros, il quale nella giornata aveva lavorato a riparare la ghigliottina, avendo raccolto la testa della cittadina Corday, la mostrò al popolo. Io son pure abituato a questa sorte di spettacoli, e tuttavia ebbi paura. Mi pareva che quegli occhi semiaperti fossero fissi su me e che io vi ritrovassi ancora quella dolcezza penetrante e irresistibile che mi aveva tanto stupito. Talché io gli ripresi la testa. Furono soltanto i mormorii che sentii intorno a me a farmi apprendere che lo scellerato aveva schiaffeggiato la testa; furono gli altri ad assicurarmi che essa aveva arrossito sotto questo insulto.

La storia della bella cappellaia che piange quando la sua testa è spiccata dal corpo può essere un frutto di questo filone leggendario? Può forse essere una di quelle dicerie così persistenti da essere ancora viva nel 1853, quasi cinquant’anni dopo i fatti, quando un anziano, presente all’esecuzione di Maria Bel, la riferì al medico Secondo Berruti? Lui, a sua volta, la menzionò in una sua memoria (Sul modo da preferirsi nell’applicazione della pena di morte). D’altra parte la questione non era di poco conto, all’epoca. Medici e scienziati ne discutevano accanitamente, per cercare di capire quale metodo di esecuzione fosse il più “umanitario”. Un dibattito che coinvolse anche Torino: nell’aprile 1853, una commissione appositamente costituita dalla Regia accademia medico-chirurgica si riunì per deliberare sulla questione. La discussione era stata sollecitata dal Ministro di Grazia e Giustizia, che aveva interpellato la dotta assemblea per capire quale metodo di esecuzione fosse il più indolore. 

Gli interventi andarono avanti per diversi giorni, e possono essere letti qui (ma vi avvisiamo: coinvolgono atti di violenza gratuita su cani, oltre a descrizioni di impiccagioni e decapitazioni tramite ghigliottina “andate male”). 

La memoria di Berruti si inserisce in questo contesto: lui era del partito “pro-impiccagione”; riteneva l’asfissia il modo più indolore per morire, perché il condannato, in pratica, si addormentava. Con la ghigliottina, invece, chi poteva sapere quanto a lungo sarebbe rimasta in vita la testa? La storia della cappellaia cadeva a fagiolo per dimostrare il suo punto. 

Poco importava se la testimonianza non fosse proprio recente, basata sui ricordi di un fatto di quarantasei anni prima. Ecco allora come un’avvelenatrice di colleghe potrebbe essere diventata un’adultera assassina del marito, ed ecco perché, ormai, nessuno ne ricordava più il nome, ma solo l’appellativo.

Per i più curiosi, riferiamo anche i risultati della commissione: quattordici voti per la decapitazione, undici per lo strangolamento, un’astensione. Ma l’aneddoto della cappellaia, portato alla ribalta da Berruti, da quel momento cominciò a tornare e ritornare nei libri destinati alle curiosità di Torino. Fu menzionato ancora da Antonio Viriglio nel suo Torino e i Torinesi, Minuzie e memorie (1898) – che non tira ancora in ballo i fantasmi – e dal più moderno Renzo Rossotti in Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità di Torino (2008) – che invece li menziona. 

Tra le queste due date, però, c’era stato il boom della Torino magica, il revival delle tradizioni gotiche e la spinta paranormale del New Age. L’idea che le leggende del vecchio Piemonte dovessero essere associate all’immancabile spettro era ormai un must in tutti i libri del mistero. L’ombra della bella cappellaia, probabilmente, arriva da qui.