Lo stigmatizzato che fece il militare a Cuneo

Lo stigmatizzato che fece il militare a Cuneo

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Giandujotto scettico n° 100 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Martedì, 6 novembre 1956. Alla caserma “Ignazio Vian” di San Rocco Castagnaretta, presso Cuneo, giungono i primi giovani di un nuovo contingente di leva. È la sede una parte del 2° Reggimento Alpini, quello presso il quale si addestrano le reclute. Fra di loro, quella volta c’è F.S., un ventunenne di Sorso, in provincia di Sassari. Il suo passaggio sarà breve, ma farà scalpore.  

Stigmate nella Vian

La Stampa dell’11 novembre descrive il neo-arrivato come “un ragazzo normale, non troppo alto, ma piuttosto robusto”; un giovane che ha sempre vissuto all’aria aperta, analfabeta, che ha seguito “più gli istinti della ragione” e che si guadagnava la vita come muratore. Al suo arrivo appare una nuova recluta come tutte le altre – scrive il corrispondente da Cuneo, b.m.; forse, solo più chiuso e più lento nel rispondere ai comandi dei superiori… 

Un uomo semplice della metà del secolo scorso. Perché dovrebbe attirare la nostra attenzione? Presto detto. Appena due giorni dopo il suo arrivo in caserma, la mattina di giovedì 8, F. cade sul pavimento della camerata, si rigira su se stesso, appare poi addormentato, immobile, e ringrazia Dio in perfetto italiano (lingua in cui, a quanto pare, da sveglio non sa esprimersi). Dalle palme della mani prende a sanguinare, come se si fossero aperte due ferite. Una macchia rossa appare anche sulla sua camicia, all’altezza del torace, a destra. I compagni lo scoprono e vedono che ha un taglio. Goccioline di sangue frammiste a sudore gli sgorgano anche dalla fronte e gli rigano il viso. 

Questa fase dura cinque minuti, poi il giovane “si risveglia”, sorridente e tranquillo. Il sangue appare “riassorbito dalla carne”. Sul costato e sulle mani si vedono due piccolissime cicatrici, completamente chiuse. 

La mattina seguente, venerdì 9 novembre, il fenomeno si ripete. La recluta viene allora condotta alla caserma principale del 2° Reggimento, la “Cesare Battisti”, nella via omonima di Cuneo. Qui riceve assistenza dal cappellano militare, il capitano don Giulio Roveri, e da lì, la sera stessa, trasferito all’Ospedale militare di Savigliano, oggi sede distaccata dell’Università di Torino. Sull’attualità di quelle ore, La Stampa poteva aggiungere poco: si ipotizzava un suo congedo, giacché, visitato in precedenza, per lui si era ipotizzata “una stigmatizzazione naturale, prodotta da un fenomeno di autosuggestione”. I clinici, da parte loro, avevano escluso – usando categorie e diagnosi già allora vecchiotte – “sindromi neuropatiche e luetiche”. 

Già, uno “stigmatizzato”. Giunto in Piemonte per gli obblighi di leva, F. si era subito fatto notare nella caserma cuneese; la sua storia di “mistico e veggente”, però, era iniziata da tempo. 

Infermeria e congedo

Intanto seguiamo ancora la sua permanenza piemontese. Alla “Cesare Battisti” di Cuneo, il nostro giovane fu ricoverato in infermeria. Domenica 11, in autoambulanza, fu portato all’Ospedale militare di Torino e ricoverato in neuropsichiatria: a dare l’ordine era stato direttamente il comandante il reggimento, il colonnello Grasso (La Stampa, 13 novembre 1956). La mattina del 13 F. fu sottoposto a visita collegiale. Intanto, il cappellano aveva ricevuto un voluminoso fascicolo sul caso da parte della diocesi di Sassari, che della sua storia si era occupata parecchio. Stampa Sera, quello stesso pomeriggio, scrisse che “medici e religiosi” attestavano non trattarsi di “volgare mistificazione”. Forse un isterico, more solito, dal carattere irascibile, ombroso. 

F. rimase all’Ospedale militare di Torino per tutto il mese di novembre. Da Cuneo, il 1° dicembre, il corrispondente locale di Stampa Sera (g.m.) fornì altri dettagli sulla sua permanenza nella città. Raccontò meglio, ad esempio, quanto era avvenuto l’8 novembre, quando era stato portato all’infermeria della caserma “Vian”. Dal momento che continuava a macchiare la camicia di sangue, l’ufficiale di picchetto fece accorrere un prete, don Andrea Gasparino (1923-2010), che aveva fondato e che dirigeva la vicina “Città dei ragazzi”. Il giorno dopo il prete lo aveva portato lì, accolto dai ragazzi ospiti dell’istituzione che lo salutavano dalle finestre. 

Durante la messa, cominciò a lamentarsi ad alta voce e svenne; sanguinò, si riebbe, e dopo aver ricevuto l’Eucaristia raccontò a don Gasparino che la notte prima aveva visto Gesù: Cristo in persona gli aveva detto di obbedire alla richiesta che il prete gli avrebbe rivolto il giorno dopo. Il sacerdote gli chiese allora di andare a lavorare alla Città dei ragazzi di Cuneo, ma – prudente – lo consigliò prima di tornare in Sardegna e di consigliarsi col suo padre spirituale… Non risulta che l’offerta di don Gasparino sia mai stata accolta: come vedremo, F. tornò nella sua regione, ma decise poi che aveva altre aspirazioni nella vita che non lavorare per la Città dei ragazzi. 

Ma Stampa Sera dell’1 dicembre aveva un’altra rivelazione in serbo: poteva raccontare un po’ del background di quel soldato stigmatizzato che era ormai sulla bocca di tutti. Tutto era iniziato nel 1954, quando “il dito di Dio” aveva toccato il giovane “dopo un’adolescenza disordinata” nel corso della quale – a suo dire – aveva persino cercato di uccidere il parroco della sua zona. 

La svolta si ebbe il 13 dicembre. Ancora in ospedale militare, F. sudò copiosamente, davanti ai medici, emettendo solo dalla fronte qualche gocciolina di sangue (non lo fece né dalle mani né dal costato); nel frattempo, pronunciava parole sconnesse e invocazioni. Il direttore del Comando Militare Territoriale di Torino, il professor Bertone, e il direttore del reparto neuropsichiatrico, il colonnello Ferrero, ipotizzarono una “nevrosi isterica con fenomeni di autosuggestione ascetica”. Lo misero in congedo per “riduzione delle attitudini militari”. La Stampa del giorno 14 informò che quella mattina F. avrebbe lasciato l’ospedale. In fondo all’articolo, un medico che si siglava solo “a.v.” spiegava come già da molto tempo fossero state osservate, anche se di rado, persone in grado di indursi sanguinamenti su base psicosomatica. 

All’indomani del suo congedo, dopo circa quaranta giorni di difficile permanenza nei ranghi dell’Esercito, non sappiamo cosa fece F. Uscì dal radar dei media per un po’; ma prima di spiegare quanto gli accadde in seguito, è interessante vedere cosa era accaduto prima che la giovane recluta varcasse i cancelli della caserma Vian.

Un passo indietro: dieci mesi prima di arrivare a Cuneo

F. era giunto alla ribalta della cronaca nazionale già nel gennaio del 1956; prima ancora, avevano più volte parlato di lui i giornali sardi. Ma cosa era accaduto di così sconcertante da gettare quel giovane sulle pagine di tutti i giornali della penisola? Una voce. Una diceria che aveva coinvolto addirittura papa Pio XII.

Ebbene, la storiella che si raccontava in giro e su alcuni giornali era che F., dopo alcuni fenomeni “mistici” iniziati nell’aprile dell’anno precedente, era stato ricevuto da papa Pio XII, ormai vecchio e malato. E lì, cosa era accaduto? Il capo della chiesa cattolica aveva constatato i sanguinamenti con i suoi occhi e, fremente per l’emozione, era caduto a terra svenuto. Non solo: per provare la veridicità dei fenomeni, Pio XII avrebbe scritto su un pezzo di carta alcuni particolari di una visione di Gesù che lui stesso sosteneva di aver avuto nel dicembre 1954, chiedendo a F. di ripeterglieli. E F., ovviamente, aveva superato la prova. Ciliegina sulla torta, alcune stille di sangue del veggente sarebbero state raccolte durante la visita in Vaticano… Per poi scomparire misteriosamente dalle provette di vetro! 

Bum! Una storia incredibile, se solo fosse davvero successa. Il 23 gennaio, riferiva Stampa Sera di quel giorno, lo stesso Vaticano smentiva la diceria: i presunti fenomeni mistici di F. erano noti alle autorità ecclesiastiche, ma nessuna visita al papa era mai avvenuta. 

Dal comunicato della sala stampa vaticana, comunque, traspare qualche dubbio e molta prudenza: F., soprannominato “Nerone” per i suoi comportamenti violenti e “stravaganti” durante l’adolescenza, aveva iniziato ad accusare i sintomi la notte del 2 aprile 1955, quando gli erano comparsi prima Gesù, che gli spiegò che avrebbe dovuto soffrire come lui, e quindi Satana, che invece lo aveva invitato a giocare a carte in sua compagnia. Da quel momento le estasi ricorrevano quasi tutte le settimane, al venerdì, e a volte i sanguinamenti coinvolgevano anche i piedi e il corpo, “come se fosse stato fustigato” (La Stampa, 11 novembre 1956). Punto durante le estasi, mostrava analgesia; il liquido, analizzato, risultò sangue vero (Stampa Sera, 13-14 novembre 1956).

Secondo il parere di un neurologo che in Sardegna aveva assistito alle manifestazioni somatiche, comunque, non c’era nulla di paranormale. Ipotizzando che si trattasse di “isterismo”, come ancora si diceva a quel tempo, aveva colpito il giovane in un punto del corpo durante lo stato di coscienza alterato, e i sanguinamenti erano cessati. In seguito, a Sassari, avrebbe sanguinato davanti a giornalisti, medici e chimici, ma avrebbe esagerato raccontando l’episodio del ricevimento da parte di Pio XII – storia in cui aveva tirato in mezzo anche l’arcivescovo di Sassari che, a quanto pare, da allora intervenne a modo suo,  bollando il tutto come farsa e cessando di occuparsene (La Stampa, 13 novembre 1956). 

Questo non fermò la sua “carriera” mistica: F. prese a ricevere malati e a rilasciare interviste. Poi fu dichiarato abile alla leva e giunse in Piemonte dove si rese famoso, come visto, per un mesetto circa. 

Cinque anni dopo: l’arresto

La storia, dopo la breve parentesi cuneese, sembrava essersi conclusa lì: un’adolescenza incerta di una persona in condizioni un po’ complicate, le manifestazioni somatiche su base religiosa, il congedo rapido dall’Esercito. E invece, la storia di F. – purtroppo – proseguì a lungo, e fu, per quanto ne sappiamo, piuttosto tormentata. Se vogliamo interpretare meglio ciò che accadde in Piemonte nell’autunno del 1956, siamo costretti a percorrerla. 

Non sappiamo quando F. rientrò in Sardegna, ma il 7 settembre 1961 fu tratto in arresto con varie accuse: truffa aggravata, furto aggravato e corruzione di minori, reati che avrebbe commesso in varie località della penisola (Corriere della Sera, 8 e 9 settembre 1961). Dopo il clamore derivante dai sanguinamenti, e in seguito al racconto sullo svenimento di Pio XII, paradossalmente ma non troppo, la sua fama era cresciuta. F. aveva cominciato a ricevere lettere che chiedevano grazie e guarigioni, talora allegando piccole somme di denaro. Con l’aiuto di amici, prese a rispondere alle missive. Si sposò, e a quanto pare cominciò a mostrare un tenore di vita assai superiore alle sue possibilità di partenza. Disponeva di un segretario e di un consulente legale. 

Poi, nel settembre 1961, l’arresto. Un ex-funzionario del comune di Sorso, paese di origine di F., lo aveva denunciato per truffa: F. lo aveva convinto che nell’antico palazzo in cui abitava doveva esser nascosto un tesoro. Ma non un tesoro qualunque: quello accumulato da Barisone III di Torres, uno dei giudici che nel Medioevo avevano governato la Sardegna, ucciso giovanissimo nel 1236 e seppellito – afferma la tradizione – nell’attigua chiesa di San Pantaleo. 

A quanto pare F. e alcuni suoi amici, per convincere l’uomo a cedergli la casa, avevano inscenato l’apparizione dello spettro di Barisone, completo di pietruzze colorate – “gioielli” appartenenti a una più vasta fortuna. Ma perché quello spettacolo? Il tesoro, sosteneva il fantasma, sarebbe stato trovato solo quando l’immobile fosse diventato di proprietà di F. Solo a quel punto – e dopo un anno, un mese e un giorno dalla sua scoperta – si sarebbero potuti vendere quei gioielli. Non c’è forse da fidarsi di un fantasma? Il veggente, sebbene la casa fosse stata davvero ceduta alla moglie, smentì ogni messinscena. 

Altre fonti giornalistiche, curiosamente, danno un’altra versione: protagonista delle visioni non sarebbe stato il giudice Barisone, ma l’anima di un pirata morto al largo delle coste sarde, Joseph d’Amburgo. Anche lui, comunque, era munito di favoloso tesoro da scoprire (30 miliardi di lire!): a patto, però, di eseguire un favoloso rituale in cui sarebbero stati bruciati i soldi del funzionario, e che F. ottenesse le grazie di una ragazza vergine – la figlia minore del raggirato, secondo le accuse (Corriere della Sera, 2 aprile 1963). 

Probabilmente, i giornali fecero confusione tra diverse truffe. A fronte di quell’indagine della magistratura, infatti, emersero racconti su altre visioni di spettri, voci misteriose, visioni di sabba con balli di streghe e stregoni create ad arte per impressionare i “clienti” più ingenui. Le messinscene, secondo l’accusa, avrebbero avuto per teatro non solo molte località della Sardegna, ma pure alcune parti della penisola. 

A processo

Il 31 marzo 1963, ancora in stato di arresto, F. comparve davanti al Tribunale di Sassari: la magistratura sosteneva che fra il 1955 e il 1961 l’uomo aveva raggirato decine di persone e che i sanguinamenti erano dovuti a una peculiare ma non ignota fragilità del sistema vasale. 

Grazie a quel “superpotere”, F. avrebbe anche inscenato la lacrimazione di una statuetta della Vergine e si sarebbe fatto consegnare da una signora spagnola, di Burgos, 14 milioni di lire. I soldi dovevano servire ad evitarle un grandissimo pericolo: in una seduta spiritica organizzata dal veggente era comparso un parente defunto della donna, in forma di fantasma, e l’aveva minacciata di una serie di disastri… 

Poi c’era quella brutta storia dell’ex-funzionario ed ex-consigliere comunale di Sorso. Stando alle cronache giudiziarie, la sua figlia minorenne era stata addirittura “seviziata” dal santone (Corriere della Sera, 1° aprile 1963; Stampa Sera, 1-2 aprile 1963). Anche i suoi presunti complici, fra i quali un ex-olimpionico di qualche fama, furono denunciati a piede libero. Davanti ai giudici F. ammise di aver preso il denaro, ma si difese sostenendo che erano donazioni fatte liberamente, senza alcuna minaccia o raggiro (Corriere della Sera, 2 aprile 1963). Il Tribunale sassarese, però, non gli credette: il 10 aprile lo condannò a dieci anni e quattro mesi di carcere, considerandolo colpevole di truffa aggravata (un suo complice si prese invece 4 anni e nove mesi). I reati commessi contro la figlia dell’ex-funzionario furono derubricati da violenza carnale a corruzione di minore. (Corriere della Sera, 11 aprile 1963). 

Nemmeno così, tuttavia, le vicissitudini di F. ebbero fine. Meno di due anni dopo a Cagliari ci fu il processo di appello e lì il pubblico ministero chiese un aggravamento di pena, sino a quattordici anni di reclusione. 

Ne emersero di tutti i colori: un anziano, minacciato per telefono da Belzebù, aveva dovuto consegnare a F. un motorino e una somma di denaro. Una donna aveva invece ricevuto richieste telefoniche di denaro da parte degli angeli (il loro tramite, ovviamente, era sempre F.). A volte, in caso di non ottemperanza alle richieste, seguivano minacce di rappresaglie celesti (Corriere della Sera, 2 aprile 1963 e 31 gennaio 1964). 

La difesa di F. però fu efficace, perché in realtà la pena fu sostanzialmente ridotta (da dieci anni e quattro mesi a sei anni), visto che la colpevolezza fu dimostrata soltanto per uno dei tanti altri episodi di cui si era reso protagonista (Corriere della Sera, 1° febbraio 1964). I giudici ricorsero in Cassazione (Stampa Sera, 18-19 novembre 1964). Ignoriamo l’esito del ricorso, ma, con un po’ di sorpresa, apprendiamo che i rapporti di F. con la giustizia durarono a lungo. 

Ultimi fuochi d’artificio

Vent’anni dopo l’arrivo in Cassazione F. viene arrestato di nuovo, ormai uomo maturo, con accuse diverse da quelle del periodo 1961-1964: stavolta sono conoscenti e parenti che lo denunciano per aver sottratto parecchi soldi che, stando ai querelanti, gli erano stati dati a garanzia di affari immobiliari.  

Parlando di questi nuovi grattacapi, il Corriere della Sera del 3 novembre 1984 ripercorreva le vicende del nostro uomo: raccontava che a suo tempo i batuffoli imbevuti di sangue essudato andavano a ruba, e che F. era stato poi condannato a quattro anni (forse l’esito del ricorso in Cassazione degli inizi del 1964?). Ma soprattutto, il quotidiano milanese ricostruiva alcuni tra i fatti del periodo più interessante della “carriera” di F., quelli dei primi anni ‘60. Il giornalista Gino Zasso scriveva da Cagliari:

Alcuni episodi avevano fatto scalpore: il loro capolavoro i giovani burloni l’avevano messo in scena una notte di estate, alla periferia di Mara, un paesino della provincia di Sassari. Vi avevano condotto una vedova tanto ricca quanto stolta, cui avevano promesso un tesoro. 

In un praticello avevano scavato delle buche che avevano poi riempito di zolfo: tra i vapori sulfurei erano sbucati una scimmia, tutta vestita di rosso, ed un folletto (un nano travestito), che avevano consegnato al [F.] un cofanetto col mitico tesoro del giudice di Torres. “Nerone” l’aveva poi ceduto all’esterrafatta testimone del miracolo in cambio, ovviamente, di una cospicua somma di denaro. 

Il 4 novembre 1984, dietro ordine della magistratura sassarese, F. veniva di nuovo messo agli arresti (Corriere della Sera, 5 novembre 1984: La Stampa, 5 novembre 1984). 

Non abbiamo il seguito, e forse sarebbe persino ozioso conoscerlo. Non ci è nemmeno chiaro, sulla base delle fonti a disposizione, se davvero i sanguinamenti che in Piemonte gli valsero il congedo militare fossero davvero dovuti a cause psicosomatiche sulla base di fragilità dei vasi sanguigni minori, o se le manifestazioni fossero messe in scena in qualche altro modo. A quanto pare, F. sapeva allestire teatrini molto convincenti. 

Sin da giovane, F. aveva impiegato ciò che aveva culturalmente a disposizione – le manifestazioni più tradizionali del Cattolicesimo popolare – accostandole al potere e al denaro. Le aveva ampiamente sfruttate per ottenere immobili, simpatie femminili, donazioni, l’aiuto di un avvocato e di altri uomini a lui vicini. 

Gli ambienti in cui si mosse – e l’iniziale buona disposizione dei medici di metà Ventesimo secolo, in cui era ancora vivo il concetto di isteria – contribuirono forse, loro malgrado, a rafforzarne modi di agire, personalità, sicurezze, e a convincerlo che sul sacro si poteva capitalizzare. Non aveva forse ottenuto il congedo in poche settimane, grazie alle sue manifestazioni più vistose? E allora, perché non ripetere ancora quegli show, più e più volte, se potevano dargli potere e ricchezza?