La mala bestia di Pinerolo

La mala bestia di Pinerolo

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Giandujotto scettico n° 99 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Pinerolo è stata a lungo una città munita, ossia una piazzaforte, dotata nel Seicento di mura e bastioni (opera in larga misura del grande ingegnere di Luigi XIV, Sébastien de Vauban). Come altre città del Piemonte (Cuneo, ad esempio), quelle costruzioni ne fecero a lungo un punto strategico fra il ducato (poi regno di Savoia) e i domini francesi. Proprio per questo, Pinerolo fu contesa a lungo con la Francia; e quando, nel 1696, tornò definitivamente al Piemonte, le forze di Parigi ne demolirono mura e cittadella a suon di esplosivi. Questo, paradossalmente, ne fu la fortuna: permise finalmente l’espansione territoriale, economica e demografica della città, prima limitata da quella cinta e dalle colline scoscese a Nord.

La storia che vi raccontiamo si svolge appunto a Pinerolo: una Pinerolo della fine del Diciannovesimo secolo, per cui quelle mura larghe e solide sono ormai soltanto un ricordo. Ormai a Pinerolo si può entrare da tutte le parti. E possono provare ad entrarci persino i mostri, sia pure, come vedremo, senza particolare fortuna.

Il primo attacco, il più tremendo

La Lanterna Pinerolese era un settimanale assai venduto, in città e nei dintorni. Fu un anonimo giornalista di quella testata a raccontare, nell’edizione del 3 marzo 1888, una storia da brividi. Nella notte di domenica 26 febbraio, un calzolaio del quale ignoriamo il nome stava rientrando in città a piedi. Arrivava da San Germano, un paese della bassa val Chisone, dove era andato per assistere un morente. Era quasi arrivato. Le fonti ci spiegano che aveva già superato l’abitato di Abbadia Alpina, oggi una frazione a monte di Pinerolo ma allora comune autonomo; anzi, aveva oltrepassato Villa La Provvidenza, un edificio notevole che si trovava lungo l’attuale strada regionale 23. Da questa rara cartolina di inizio Ventesimo secolo potete intuire dove si svolse l’inizio della vicenda.Abbadia alpina

Il calzolaio è dunque ormai alle soglie dell’abitato, quasi all’altezza di un piccolo torrente ancor oggi esistente, che scende da quella che oggi si chiama via del Tiro a Segno (sul versante orografico destro della strada). Nevica piuttosto forte.

…stava pensando appunto al dulce istante di riposare quanto prima fra le tepide lenzuola, quand’ecco – oh terrore! – egli vede sbucare dalla siepe vicina un animale lungo e grosso con gambe assai corte. Era un orso, un leopardo, un cane arrabbiato? Il povero calzolaio, in quel tenebrore, con quella neve spessa che gli infastidiva la vista, non seppe accertarlo; quello ch’ei potè riconoscere si fu la sua grossezza, ch’era quella di un uomo, i lunghi peli e le gambe corte.

Al disgraziato calzolaio i capelli si rizzarono in capo, come tante lesine, ed il suo terrore si raddoppiò quando vide l’animale traversare il ruscello e avvicinarglisi al petto, gettandolo a terra. Lo spavento gli serrava la strozza, cosicché non poteva nemmeno gridare. Lì cominciò una lotta tremenda tra la belva che non faceva sentire alcun grido e l’uomo che difendeva la propria vita. Questi l’aveva afferrata per le spalle e la riteneva per i peli (la belva, non la vita). Dopo circa cinque minuti di continua lotta, la malvagia bestia si svincolò, allontanandosi.

Una scena horror, dunque: un uomo che, accecato dalla nevicata, solo, lotta nella penombra per cinque minuti con una grossa “belva” silenziosa che l’ha atterrato. La descrizione è sommaria: pelosa, grande come una persona, gambe corte. Il pathos della storia è incentrato sull’uomo e sulla sua insistenza nel proseguire verso il centro cittadino, non sul mostro o sugli sforzi per capire di che cosa poteva trattarsi. L’articolo, non a caso, reca questo lungo titolo: La terribile avventura di un calzolaio ovvero la lotta di un uomo con una belva.

Il ventaglio delle ipotesi elencate dalla Lanterna Pinerolese era vastissimo, al punto da confondere il lettore: forse era un orso (a quel tempo in effetti qualche raro esemplare esisteva ancora, sulle Alpi occidentali), forse un “leopardo” o una “pantera” (e in questo caso si passava all’esotismo del grande felino, cosa ancora rara nelle cronache italiane sugli “animali misteriosi” di quel tempo); forse, più modestamente, si trattava di un cane inferocito di grossa taglia. Ma, come dicevamo, l’accento è sulla forza che consente all’uomo di superare la prova tremenda di quella notte. Non riesce a gridare (case in quella zona, seppure non fitte, ce n’erano anche allora, avrebbe potuto farsi sentire), e allora trattiene il mostro“per le spalle” e per il pelame. Alla fine la sua volontà di vita prevale: “la malvagia bestia” rinuncia, e se ne va.

Ma l’ordalia del calzolaio non si conclude con quell’unico scontro.

Il secondo tentativo della “mala bestia”

Rialzatosi, il nostro uomo si rimette in cammino velocemente per raggiungere il centro di Pinerolo e casa sua, ringraziando “di essere sfuggito all’orribile caso di essere divorato vivo in un Paese civilizzato… senza che la sua buona stella gli facesse trovare per via nemmeno un cane, oppure gli procurasse la gradita compagnia di un cristiano”. È alle soglie di una cittadina elegante del Piemonte umbertino che conta circa ventimila abitanti, ma in realtà è solo.

Nondimeno, ad ogni buon fine, allungò il passo, ma quale non furono la sua sorpresa e terrore nel vedere vicino alla Piazza d’Armi la stessa belva che veniva dalla strada di S. Pietro e traversava il campo per nuovamente assalirlo! Ricominciò allora una lotta di pugni, di calci, mentre la mala bestia cercava sempre gettarlo a terra. Ma lo spavento a lui triplicava le forze. Finalmente quando Dio volle, essa s’allontanò…

Quando Dio volle, essa s’allontanò.

A questo punto ci troviamo in una parte di corso Torino ormai prossima al centro, cioè sulla via principale che taglia Pinerolo da est a ovest. Più esattamente, siamo nel punto della strada che scende da San Pietro Val Lemina per connettersi alla Piazza d’Armi, la grande area verde che un tempo era spazio di esercitazione per i reparti militari (specie per le unità di cavalleria che avevano sede in città). Ebbene, anche così vicino alla meta, alla casa e alla città, la minaccia della mala bestia non lascia il calzolaio. Deve lottare di nuovo, a pugni e a calci: ora, però, mano a mano che il cuore del centro abitato si avvicina, le sue forze sono triplicate. La civiltà che si avvicina sembra proteggerlo.

Davanti alla caserma, la bestia rinuncia

Ma non pensate sia finita qui.

Egli vide ancora una volta la stessa bestia presso il Giardino Pubblico ed allora si credette perduto, perché gli mancavano le forze, ma per fortuna essa non si mosse.

Caserma VaubanIl Giardino Pubblico, oggi Giardini De Amicis, era la vera porta del centro storico. Da lì si era a pochissima distanza dall’ultimo ma massiccio residuo della Pinerolo munita: la caserma Vauban, appunto; che, sino al 1960 (quando sarà colpevolmente demolita per costruire parcheggi), ancora caratterizzava l’ingresso al centro dal lato della Val Chisone. A quel punto, a fronte di quell’edificio militare, la bestia pare perdere le forze definitivamente. Nella cartolina d’epoca che vedete, il punto di questo terzo e ultimo vano tentativo del mostro non è visibile in modo diretto, ma si situa dietro l’angolo sinistro dell’edificio della caserma, quello che piega ad angolo acuto.

Il primo incontro è lungo e terribile e descritto in termini da incubo. Il secondo è ancora tremendo, le energie dell’uomo sono tre volte quelle del primo approccio, quello avvenuto in periferia. Infine, alle soglie del contesto del tutto antropizzato, la mala bestia appare immobile, priva di piglio. Da quel punto in poi, sparisce.

Finalmente l’uomo era al sicuro. Giunse a casa verso mezzanotte, e nel vederlo “ridotto in simile orribile stato” la moglie si spaventò, perché era “malconcio, con gli occhi quasi da spiritato”. Ricevette “i primi conforti” anche dai vicini. Solo dopo parecchio tempo, spiegò La Lanterna, riuscì a narrare il suo passaggio agli inferi. Rimase a letto per due giorni.

Indagini e dicerie

A quanto pare a Pinerolo si levò un’ondata di interesse (e anche una vera e propria mobilitazione) da parte dell’opinione pubblica. Sul numero successivo, quello del 10 marzo 1888, La Lanterna Pinerolese spiegò ciò che era accaduto dopo quel primo articolo. A inizio settimana si era diffusa la voce che la “bestia” fosse in realtà un uomo travestito con una pelle d’orso, che si divertiva a spaventare i passanti. Poi le voci avevano preso un andamento ancora più eccentrico. Era circolata la notizia che la “bestia” fosse stata uccisa, ma i luoghi menzionati per l’eliminazione del mostro erano piuttosto diversi fra loro: Ponte San Martino (località nel comune di Porte), il centro stesso di Porte, San Pietro Val Lemina, il più lontano territorio di Cantalupa. A quanto pare, gruppi di persone erano andati in ognuno di quei luoghi per cercare di vedere il cadavere…

Un redattore della Lanterna s’incaricò di indagare sul racconto del calzolaio. Il resoconto che fece della sua spedizione è contraddittorio, e fornisce due possibili spiegazioni alternative. Ecco la prima:

Abbiamo prima di tutto rilevato come ai due lati della strada, dove avvenne il primo assalto, sonvi abitazioni presso la quale hanno la fortuna di essere ospitati un cane-lupo e un cane della razza di Terranova, ambedue dall’aspetto poco rassicurante, ma, a quanto si afferma, affatto offensivi. Essi hanno anzi di saltare nelle gambe dei passeggieri per ottenerne carezze.

La seconda sembra contraddire la prima:

Potrebbe anche darsi, d’altra parte, che la misteriosa belva fosse realmente un lupo, che si afferma essere stato ucciso presso Ponte San Martino.

Noi oggi sappiamo che le voci non verificate sull’uccisione di un animale (ad esempio di un lupo, o di un grosso cane) sono una caratteristica ricorrente nella fase finale di storie di questo genere.

Per la sua piccola indagine personale, comunque, al redattore sembrava più ragionevole che uno dei cani avesse avvicinato il calzolaio e che lo avesse spaventato. In questo modo, però, l’intero pathos narrativo dell’articolo precedente andava perso in poche righe, e questo un pochino ci dispiace.

Naturalmente, non sapremo mai che cosa accadde davvero in quella notta nevosa al protagonista della nostra storia (uno stato alterato di coscienza, un’aggressione da parte di un cane di grossa taglia, o altro). Ma il punto più interessante dell’intera narrazione rimane: la lotta di un uomo solitario che vuole soltanto rientrare a casa sua, al caldo, nel centro cittadino, e lasciarsi alle spalle il buio, il freddo e la mala bestia. Che, dopo tutto, se per due volte non riuscì ad aver ragione del calzolaio e la terza preferì tenersene a distanza, forse tanto spaventosa non doveva essere…