Un lupo mannaro nel Canavese

Un lupo mannaro nel Canavese

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Giandujotto scettico n° 97 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Orio Canavese è un paese tranquillo, a metà strada fra Torino ed Ivrea, toccato a malapena dall’industrializzazione. Quando nell’estate 1980 prese corpo la storia del “lupo mannaro”, la sua storica vocazione agricola si stava già trasformando in quella agrituristica; ma i campi e le colline coltivate la facevano sempre da padroni. Ed è proprio fra orti e vitigni che si svolse la nostra vicenda…

Ne parlò per prima Stampa Sera l’8 luglio di quell’anno. Sembrava che da due settimane il paese fosse in preda ad un panico collettivo. Nessuno in realtà aveva visto niente, ma alcuni agricoltori avevano notato segni di unghiate sulle piante, troppo marcati rispetto a quelli che si vedevano di solito. C’erano anche orme di proporzioni inconsuete.

Ed ecco sorgere una voce: doveva essere un orso scappato da uno zoo privato, “L’Arca di Noè”, che si trovava nel territorio della vicina Montalenghe. La smentita a quanto pare, giunse rapidamente, e negava che da quella struttura mancasse qualsiasi animale di grosse dimensioni.

La cosa più interessante è come l’intera storia sarebbe iniziata, ossia con l’avvistamento delle impronte da parte di un undicenne e di un suo amico, che si erano spaventati nel vedere vicino dei “peli sparsi”. Per questo erano subito corsi a raccontare la cosa alle proprie famiglie. Da qui sarebbe iniziata l’escalation. La “conferma” arrivò alcuni giorni dopo, quando i tralci di alcuni vigneti furono trovati “divelti da qualche sconosciuto che di notte si aggirava nei campi”.

Da questi elementi fragilissimi si passò alle ronde anti-orso. Per due giorni la locale Società Cooperativa coordinò battute di caccia nei boschi vicini, ma senza trovare alcunché. Qualcuno ipotizzava che all’origine di tutto potesse esserci un tasso di proporzioni gigantesche; altri puntavano su un più modesto “cane lupo inselvatichito”.

Ai primi di luglio le voci e le preoccupazioni si moltiplicarono. Venerdì 4, due carabinieri della stazione di Caluso, alcune guardie forestali, un messo comunale/guardia di Orio e diversi volontari effettuarono una battuta più ampia, ma senza trovare la benché minima traccia aggiuntiva. Il tono generale delle fonti, peraltro, s’improntava a uno dei modelli retorici più caratteristici delle storie di “animali misteriosi”: quello dell’esperienza dei vecchi del posto che, nella loro saggezza, “non ricordavano di aver mai visto nulla del genere”, come ad esempio i “solchi profondi un dito, segni, forse di terribili unghiate”. E poi, c’erano tracce “di denti aguzzi”, e alberi da frutta “con la corteccia che sembrava rosa da una grattugia”.

Insomma, indizi che alludevano a qualcosa di terribile.

Com’era da aspettarsi, le voci presero ben presto una svolta paranormale: sui giornali, si cominciò a parlare esplicitamente di un “lupo mannaro”. Una bestia ignota che continuava a lasciar tracce, sotto forma di olmi segnati da solchi e di viti “devastate dalla furia di una belva inferocita”.

Il leit motiv era quello di mille altre storie di animali misteriosi. Gli agricoltori, con la loro lunga esperienza sul territorio, erano considerati automaticamente “testimoni attendibili”: i loro allarmi dovevano esser presi sul serio. E poi, c’era una cosa concretissima, al di là delle voci: i danni al reddito agricolo, che le autorità non potevano non considerare. Il tutto, in un crescendo di chiacchiere e consultazioni reciproche fra gli abitanti del paese, che finivano per rafforzare e confermare tutti nelle proprie sensazioni e opinioni.

La sola guardia municipale di Orio, nella giornata del 7 luglio, confermò al corrispondente di Stampa Sera (il giornalista e scrittore Lorenzo Del Boca, allora all’alba della sua carriera) che le denunce di piccoli danni alle coltivazioni erano quotidiane; ma che non erano state trovate tracce a terra, forse perché il terreno era duro per la siccità estiva. Di giorno i contadini andavano nei campi, ma di sera, per prudenza, non usciva più nessuno. Lui stesso, una notte, era uscito “armato sino ai denti” per cercare “la belva” – senza trovare un bel niente. E aggiungeva:

Si è tornati indietro di qualche decina di anni, quando la vita del paese era scandita da racconti di “masche” e di “lupi mannari”. Ma questo animale misterioso di che specie può essere?

I titolari dello zoo “L’Arca di Noè” di Montalenghe, dismesso nel 2000, erano andati a guardare le poche tracce trovate a Orio. Fra i rami strappati avevano trovato anche un ciuffo di peli, che forse, secondo loro, poteva essere di un orso o di un altro animale con pelliccia folta. Nella stessa Montalenghe, raccontavano, erano state notate due tracce sul terreno. Una era certamente quella di un grosso cane, ma l’altra “assomigliava a quelle lasciate dai plantigradi”. Anche loro, però, erano perplessi. Dove poteva passare intere settimane un animale del genere senza esser visto? Che cosa mangiava? E poi, lì non c’era mica la giungla: c’erano solo i vitigni dell’erbaluce, pronta per il vino…

Già. Perché anche questa, come tante altre storie di presunti “animali misteriosi”, vede la bestia come un elemento completamente estraneo al contesto ecologico. Un orso, o un altro animale di grande taglia, dove andrebbe a stare, per lunghi periodi di tempo, in aree campestri o di boschetti, o in mezzo a vitigni nemmeno troppo fitti?

Sta di fatto che, per quanto ne sappiamo, il lupo mannaro di Orio Canavese rimase invisibile a chiunque, e sparì ben presto dalla mente degli agricoltori della zona. Al contrario che in altri casi, non ebbe nemmeno l’onore di un identikit, di uno schizzo, delle sembianze di una qualche specie. Proprio per questo, a noi del Giandujotto scettico forse affascina ancora più di tanti altri “mostri” piemontesi di cui ci siamo occupati (il mostro della Val Stura, la tigre di Beura, il mostro del Lago Maggiore, il basilisco di Borgone Susa, il chupacabra del Monregalese, il serpegatto, lo sciacallo del Cuneese, la bestia di Rosta…): con poco o niente, riuscì ad imporsi per qualche settimana all’attenzione di un intero paese, alimentando discorsi, recriminazioni, denunce, perlustrazioni di gruppo.

Anche per questa sua abilità, dopo tanti anni non possiamo che salutarlo e guardarlo con simpatia.