La misura del piede della Madonna è ad Asti

La misura del piede della Madonna è ad Asti

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Giandujotto scettico n° 89 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Che numero di scarpe portava la Madonna? La domanda potrebbe suonare stupida, o anche un po’ blasfema. Eppure c’è stato un tempo in cui la misura del piede della Vergine era un affare serio, anzi serissimo.

Per accorgersene, consigliamo di visitare l’Opera Pia Isnardi di Asti, un istituto di assistenza fondato nel Settecento da Urbano Isnardi (1679-1761) in favore delle “zitelle devote di condizione ordinaria non vile”. Nel suo archivio è conservato un reliquiario bellissimo, di fattura spagnola o romana. Trovate sue foto qui e qui. È a forma di scarpetta, in argento sbalzato, ornato con gemme preziose (rubini e ametiste). E soprattutto, custodisce al suo interno un frammento di cuoio della vera scarpa della Madonna.

Secondo quanto ricostruito dalla ricercatrice Alice Raviola, dell’Università Statale di Milano, l’arrivo della reliquia in Piemonte risalirebbe al 1608 (ne parla in Alrededor de una infanta de España: Catalina Micaela de Austria, sus hijos, sus hijas y unas devociones en la corte de Turín, nel volume Élites políticas y religiosas, devociones y santos, 2020, a cura di Eliseo Serrano Martín e Juan Postigo Vidal). Era stata donata al monastero delle Carmelitane calzate di Asti dal priore generale dell’Ordine, Silvio Enrici (1556-1612). Lui, a sua volta, l’aveva probabilmente ottenuta da Juan Sanz, padre provinciale dei carmelitani d’Aragona: lo dimostra il documento di autenticazione, datato Saragozza, 24 agosto 1606.

Nel convento del Carmine di Valencia è custodita in effetti la “vera scarpa della Madonna” da cui potrebbe provenire il pezzettino di Asti. Questa reliquia era stata offerta al monastero nel Quindicesimo secolo da un nobile, Luis Muñoz, signore di Ayódar, in “riparazione per una storia d’amore avuta con una cortigiana”. A questo punto, però, le tracce della nostra scarpetta si interrompono, e si può solo supporre che l’oggetto devozionale fosse frutto dell’intenso traffico di reliquie vivissimo in Europa fin dal Medioevo.

Ma non è solo questa storia da Vergine-Cenerentola ad aver attirato la nostra attenzione. Lo è il fatto che il reliquiario di Asti sarebbe stato forgiato con le esatte misure del piede della Madonna: numeri che avevano qualcosa di divino, di miracoloso. La scarpetta d’argento è infatti accompagnata da una curiosa stampa, anch’essa visible presso l’Opera Pia Isnardi. A forma di suola, con volute e ornamenti, recita:

Vera e giusta misura del piede della B. V. Maria cavata da una scarpa della medesima quale si conserva in un monastero di Siracusa in Spagna. Papa Pio V concesse indulgenza di cento anni a chi dirà divotamente sopra detta misura tre Ave Maria, baciandola tre volte. Confermata da Clemente VIII, chi fedelmente serve a Maria, quasi tiene un piede in Paradiso. Così dice S. Bernardo.

Siracusa non è un refuso, o almeno non è nostro: è quanto riporta la didascalia. Forse potrebbe essere una corruzione di Saragozza, dovuta alle tante ricopiature. Già, perché quella stampa, esposta ad Asti non è affatto un unicum. Se ne trovano molte, in Italia, oggetti di una devozione popolare sopravvissuta nel cattolicesimo fino a tempi recentissimi. Una di queste sante suole, ad esempio, è stata presentata sul suo sito da Biagio Gamba, un avvocato di Verbicaro con la passione per le rappresentazioni religiose. Gamba ci informa che la Madonna, piedino minuto (anche per un’adolescente del Primo secolo), calzava il 30. La formula dell’indulgenza, qui, è ancora più esplicita:

Viva Maria Santissima Vergine Madre di Dio! Giusta misura del Piede della Beatissima Vergine Madre di Dio, cavata dalla sua vera scarpa, che si conserva con somma devozione in un Monastero di Spagna. Il pontefice Giovanni XXII concesse 300 anni d’Indulgenza a chi bacerà tre volte questa misura, e vi reciterà tre Ave Maria, lo che fu anche confermato da Papa Clemente VIII, l’anno di nostra redenzione 1603. Questa indulgenza non avendo prescrizione di numero si può acquistare quante volte si vorrà dai devoti di Maria Vergine Santissima. Si può applicare all’Anime del Purgatorio. Ed è permesso per maggior gloria della Regina del Cielo di trarre da questa misura altre simili misure, le quali tutte avranno la medesima indulgenza. Maria Mater Gratiae Ora Pro Nobis.

Santino a forma di suola di scarpa, con immagine della Vergine in alto e indulgenza scritta nella parte inferiore

Quindi, riassumendo: acquistando il santino a forma di suola di scarpa, baciandolo tre volte e recitandovi sopra tre Ave Maria, era possibile risparmiarsi 300 anni di Purgatorio (o farle risparmiare a qualcun altro). Un affare, certo, ma anche un indice della ricezione popolare della teologia controriformata del Concilio di Trento. Per di più, dalla Giusta misura potevano essere ricavate altre misure simili, tutte egualmente miracolose.

Un altro esemplare di santino-soletta è conservato nel Museo della Bilancia di Campogalliano (Modena). La formula sembra simile a quella riportata da Gamba, al di là della nota “a divozione di D. Giuseppe Gravili” (probabilmente, colui che aveva fatto stampare l’impronta). La dimensione della scarpa, riporta la scheda informativa, è di 18,5 cm, una misura corrispondente ad un 27 e mezzo. Commento:

troppo piccolo per una donna adulta, ma essendo tratta da una reliquia, che può essersi ridotta a causa del tempo e alla tipologia delle materie prime con la quale era stata confezionata, non c’è da meravigliarsi.

Forse, meraviglia più il fatto che le giuste dimensioni potessero cambiare così tanto.

Ma non ci sono solo le indulgenze stampate: alcune impronte del piede di Maria venivano ricopiate a mano, con fervore, e magari abbellite a seconda del proprio gusto personale. Un bell’esemplare di questo tipo è custodito dal museo etnografico di Premana (Lecco): qui la forma è stata ritagliata, rivestita di raso dorato e ornata con ricami e fettucce (forse per questo misura 18 centimetri, mezzo in più rispetto alla “collega” modenese). Sul retro, una scritta in corsivo informa che “Baciandola devotamente si dirà l’Ave Maria e poi Sia Benedetta la S. e Immacolata Concezione della B. Vergine per acquistare le S. Indulgenze ed esser liber da molti pericoli”.

Anche in questo caso, si autorizzava la diffusione. C’era, però, qualcosa in più: non solo era portata in primo piano la dottrina cattolica delle indulgenze, ma compariva anche l’idea che si fosse preservati da possibili eventi avversi. Questi oggetti venivano appesi nelle cucine come forma di devozione domestica. Altri venivano forse usati come solette, messi nelle scarpe e usati dai pellegrini (questo, almeno, ipotizza il museo di Campogalliano). Un altro esemplare dovrebbe essere custodito a Milano, nella collezione Achille Bertarelli: sarebbe stato stampato intorno al 1830 e corrisponderebbe a un 35 di piede. Lo potete vedere qui accanto.

Sempre in Lombardia Flavio Galizzi ha trovato un’altra santa soletta: è stata analizzata in un articolo dei Quaderni Brembani (n.3, 2005, edito dal Centro Storico Culturale Val Brembana, pag. 25). L’esemplare era custodito in un libro di preghiere. Questa volta la trascrizione era stata fatta a mano, in una “tipica grafia popolare”. La formula è simile a quelle già viste, ma questa volta gli anni di indulgenza sono ben 700, e soprattutto si opera una limitazione di fatto della possibilità di copiatura illimitata, visto che le nuove copie devono passare attraverso un rituale possibile solo al clero:

[…] Da questa misura se ne possono cavare delle altre che sieno però benedette la prima volta da un Religioso E pregate della carità una volta al giorno a prenderne la sera detta indulgenza secondo l’intenzione di chi la introdotta Gesù e Maria vi dono il Cuore e l’anima mia.

Analoghe suole con indulgenza circolavano sicuramente anche in lingua francese e tedesca.

Che dire, quindi, di tutta questa storia di scarpe, impronte e misure? La tradizione è senz’altro curiosa e relativamente poco studiata. L’unico articolo accademico che abbiamo trovato è in un volume del 2007 (Images of Medieval Sanctity, a cura di Debra Higgs Strickland).

L’autore del capitolo che ci interessa, Michael Bury, cita il processo a due veneziani, gli incisori Francesco Valegio e Catarin Doni, condannati nel 1610 alla prigione e al pagamento di dieci ducati per aver stampato la “forma intitolata Misura del sacratissimo piede della Madonna” (qui trovate una trascrizione della sentenza, conservata presso l’Archivio di stato di Venezia); a una pena più lieve (un ducato) erano stati condannati tre clienti che l’avevano acquistata. La sentenza, emessa dagli Esecutori contra la Bestemmia, non può considerarsi prova di una condanna nel merito: poteva essere benissimo dovuta al fatto che gli stampatori non avevano richiesto il permesso necessario per la pubblicazione.

Bury riporta anche altri esempi della tradizione in ambito cattolico: un esemplare dovrebbe essere in possesso alla Galleria Estense di Modena, uno inciso su marmo nella chiesa della Madonna di Cimaronco ad Arosio (Como), un altro circolava in spagnolo (Medida del pie sanctissimo de Nuestra Señora, con un grabado de Enrico Martínez). Ma soprattutto, ha trovato due esempi ascritti ad altri personaggi del Cristianesimo che ci fanno intuire come il culto delle giuste misure non fosse poi così raro.

Il primo è la vera misura della mano (o del piede) di santa Rosa di Viterbo (santa in cui onore vengono creati quei baldacchini monumentali chiamati macchine di santa Rosa, tra i patrimoni tutelati dall’UNESCO). Potete vedere qui una foto delle solette. Niente indulgenze, stavolta, ma il fatto che la misura del piede fosse conservata è indicativo: probabilmente, venivano vendute ai pellegrini insieme a una stampa attestante il contatto della soletta con il corpo incorrotto della santa, conservato presso il monastero di Viterbo. Siamo, quindi, sempre alla tradizione delle reliquie da contatto.

Il secondo esempio è rappresentato dalle esatte misure di Gesù Cristo. Spiega Bury:

C’erano molte altre devozioni che si svilupparono intorno alla “misura” di persone e oggetti. Ciò include le devozioni tardo-medioevali alla misura dei chiodi usati per appendere Cristo alla croce, e la misura del corpo di Gesù. Una preghiera inglese manoscritta del tardo Quindicesimo secolo recava un’illustrazione di questi presunti chiodi a grandezza naturale, e la figura di un Cristo sulla Croce accompagnato da un testo secondo cui moltiplicando quindici volte la misura della croce disegnata si sarebbe ottenuta l’altezza del corpo di Cristo. La pergamena riportava anche un disegno della ferita al costato di Gesù.

La devozione alla misura della ferita era diffusa in tutta Europa e se ne conoscono molti esempi compresi tra il Quindicesimo e il Sedicesimo secolo. Louis Gougaud [il riferimento è a un saggio comparso nel 1924 sulla Revue d’histoire écclesiastique, NdR] sospettava che la devozione fosse anteriore, ma solo di recente si è scoperto che era sicuramente già in voga nel Quattordicesimo secolo. Raffigurazioni della grande ferita sul costato di Cristo nella forma di una linea continua (o come semplice taglio nella carta), di una losanga o di una mandorla rossa erano spesso accompagnate dalla promessa di grazie significative, che dimostrano agissero come amuleti.

I loro benefici potevano essere acquisiti in molti modi: in alcuni casi, semplicemente guardando l’immagine, oppure tenendola in casa o indossandola o baciandola. Tra gli esempi, c’è una rubrica che affermava che sulla mensura vulneris era data un’indulgenza di sette anni, emessa da papa Innocenzo VIII. Gougaud nota che una preghiera, Salve, plaga lateris nostri Redemptoris, era spesso accompagnata da illustrazioni della ferita e da un’indulgenza che si diceva fosse stata garantita da Giovanni XXII.

Ma queste indulgenze (a cominciare da quella sulla misura del piede della Vergine) erano state davvero promulgate da qualche papa? Probabilmente no.

La Chiesa cattolica, sia pure attraverso un lungo processo di revisione del suo pensiero, ammetteva fin dal Basso Medioevo il culto delle reliquie appartenute ai grandi della Cristianità. Avrebbe accettato senza problemi il culto di una calzatura della Madonna. Probabilmente, avrebbe accettato anche il culto di scarpe toccate dall’originale (le reliquie da contatto sono un grande classico della tradizione cattolica). Ma che ad essere miracolosa fosse addirittura la misura del piede, e che le sue grazie potessero estendersi a qualsiasi forma copiata da questa, in una specie di proto-catena di sant’Antonio… Beh, quello era francamente un po’ troppo.

E infatti la nostra reliquia è riportata nell’Indice dei libri proibiti almeno dal 1624. Eccone una versione, che inserisce in elenco:

Indulgenza, che si asserisce concessa da Papa Giovanni 22 à chi baccia la pianta della misura del piede della Madonna posta in stampa.

La Chiesa cattolica, insomma, aveva provato a irreggimentare quel culto sospetto dei piedi della Madonna (anzi, della loro misura), ma non ci era riuscita. Stampe come quelle che abbiamo visto furono pubblicate fino a metà Ottocento e forse anche oltre. Era un culto popolare che ricorda da vicino quello delle lettere dal cielo: missive scritte di proprio pugno da Dio o da altre figure divine, che venivano tenute con sé per protezione (le più famose sono forse la vera lettera di Gesù Cristo trovata nel Santo Sepolcro e l’epistola di Papa Leone IV mandata da un Angelo a Carlo Magno).

Anche queste venivano stampate o duplicate a mano, riprodotte in più versioni, tenute come reliquie; anche queste garantivano grazie e protezioni. È proprio da questa tradizione che sorgeranno, a metà del Diciannovesimo secolo, le moderne catene di Sant’Antonio: sotto certi aspetti, anche questa una forma di religiosità che sia il Cattolicesimo sia il Protestantesimo provarono molte volte ad arrestare un po’ in tutto il mondo, senza mai riuscirci.

Nel corso dell’Ottocento, la nostra Giusta misura del Piede della Beatissima Vergine diventò anche oggetto di polemica fra le due grandi famiglie della Cristianità occidentale: comparve infatti su libri e giornali protestanti, che la guardavano scandalizzati (e secondo la retorica del duello, per fortuna ormai solo verbale, fra chiese, in cui la norma giornalistica, nei Paesi protestanti era diventato lo stilema Protestantesimo-progresso/Cattolicesimo-superstizione). Per loro, si trattava dell’ennesima dimostrazione di quanto fossero superstiziosi i papisti, dell’estremo a cui era arrivato il culto delle reliquie. La rivista The Christian Parlor Magazine dell’agosto 1845, ad esempio, presentava l’impronta con il testo originale in italiano (non sia mai che nella traduzione perdesse i suoi poteri!) e commentava:

Questa, lo capite, non è una reliquia come le altre, e se possiede il potere che due successivi papi le hanno ascritto, il Christian Parlor Magazine sta concedendo una straordinaria benedizione al Paese, disseminando l’esatta misura del piede di Maria Vergine. Non abbiamo dubbi che i bravi cattolici, che schivano i fogli protestanti come fossero contagiosi, si comporteranno in modo ben diverso con questo numero del Parlor Magazine, e che quella cosa eretica verrà baciata centinaia di volte. […] Ma, seriamente, che ridicola farsa è questa, e che vile e crudele illusione dell’animo umano? Questo non è un espediente dei malvagi eretici per gettare discredito sul Romanismo [cioè il cattolicesimo romano, NdR]. È tutta opera loro.

In realtà, come abbiamo visto, è altamente probabile che almeno le indulgenze fossero assolutamente fasulle: più che di religiosità ufficiale, si trattava di un culto popolare, spontaneo, “dal basso”. La Chiesa cercò di evitare che questi strani santini-soletta dilagassero, mettendole all’Indice. Eppure, tre secoli dopo, si continuava a stamparli. Forse, come ha ipotizzato Bury, è perché si trattava di un simbolo molto potente: qualcosa che dava concretezza all’immagine della Madonna, ma che permetteva al tempo stesso un distacco emotivo, lasciando il resto alla meditazione del devoto. Forse, proprio il meccanismo che invitava alla duplicazione era davvero inarrestabile, come sarà poi per le catene di sant’Antonio (che si diffonderanno in Paesi di tradizione cattolica, protestante, ortodossa, ma anche in Cina e in India…).

In ogni caso, si tratta di un viaggio straordinario nella mentalità e nell’immaginario dei nostri antenati, che percepivano qualcosa di miracoloso in quella misura esatta. Tanto da riprodurla in chiese e reliquiari come quello di Asti, in barba a qualsiasi contrarietà della Chiesa cattolica.