Quel gran tesoro del conte di Crissolo

Quel gran tesoro del conte di Crissolo

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Giandujotto scettico n° 87 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Cosa chiedereste a un fantasma che si presentasse a voi in una seduta spiritica? Moltissimi, tra gli aderenti allo spiritismo, ne approfittarono per ottenere chiarimenti di ordine filosofico sull’esistenza dell’aldilà, la correttezza delle proprie convinzioni religiose, il percorso delle anime dopo la morte, la struttura e l’organizzazione del mondo ultraterreno. Altri si accontentarono di mettersi in comunicazione con i propri cari che li avevano lasciati. Ma esiste anche un filone di richieste… molto più venali: dagli spiriti si pretendevano infatti i numeri del lotto o l’ubicazione esatta di un tesoro. E non è raro che questi episodi sfociassero poi in vere e proprie truffe.

Questo accadde, agli inizi degli anni Venti, a un personaggio di alto rango, il conte Ludovico Saluzzo di Crissolo, uno degli ultimi discendenti dei marchesi di Saluzzo. A parlarcene sono due articoli de La Stampa pubblicati il 31 dicembre 1921 (che tace sull’identità del protagonista) e il 1° giugno del 1922 (che ne dà invece le generalità). Ed ecco come andò la vicenda.

Il protagonista della nostra storia era un uomo ormai anziano, e assai propenso a credere nello spiritismo: una moda che, nata a metà Ottocento, aveva conquistato tutti gli strati della società, compresi quelli più alti. Non era raro che la nobiltà dell’epoca si trovasse in ville e palazzi per far “ballare i tavolini”. Ma questo interesse del conte Ludovico Saluzzo si trasformò in una vera e propria ossessione quando incontrò Michele De Marta.

Quest’ultimo era, all’epoca, un giovane trentenne, ma con una fedina già ricca di annotazioni. La Stampa del 31 dicembre 1921 non esitava a definirlo “un gaglioffo di tre cotte”, condannato in precedenza per furto e truffa, ma anche un “individuo dotato di furberia non comune”. Però si presentava bene e aveva l’aspetto del gentiluomo, tanto che riuscì a farsi assumere dal conte come segretario particolare. Forse a questo punto Michele De Marta avrebbe potuto lasciarsi alle spalle il passato e vivere tranquillo grazie allo stipendio per il nuovo incarico. Ma tutto questo a lui non bastava. Lui voleva di più, e l’occasione arrivò quando scoprì una leggenda che aleggiava su una proprietà del conte: si diceva che al suo interno fosse stato sepolto un ingente tesoro.

Come approfittarne? De Marta cercò, nei primi tempi, di entrare sempre più nelle grazie del conte Saluzzo di Crissolo: si guadagnò la sua fiducia a poco a poco, portandolo a isolarsi da amici e conoscenti. Non sappiamo quale fu la scena del piccolo dramma, ma è plausibile si trattasse di una delle proprietà di famiglia, antichi manieri di varie località del Saluzzese. Comunque, quando fu sicuro di “essersi reso padrone dell’animo del suo benefattore”, De Marta si finse esperto nelle arti più occulte:

Cominciò a parlare dell’inconoscibile, di medium, di sedute spiritiche, e finì per proporre al vecchio signore di chiedere agli spiriti – i quali per essere incorporei conoscono tutto – il loro valido appoggio per rintracciare il tesoro. (La Stampa, 31 dicembre 1921)

Dopotutto, chi meglio di loro? Le sedute si svolgevano in un “gabinetto appartato”, su un tavolino a tre gambe che De Marta aveva riconosciuto come particolarmente idoneo. Al di sopra, veniva steso un grosso foglio con le lettere dell’alfabeto, e un bicchierino rovesciato fungeva da planchette: in altre parole, una tavola Ouija casalinga. Ovviamente, gli avi del conte si presentarono subito all’appuntamento: il tavolino compiva balzi e sussulti sotto la spinta del segretario (ballava il foxtrot, dirà La Stampa del 1° giugno 1922); il bicchierino si muoveva e componeva parole di senso compiuto; la presenza dei fantasmi era viva e tangibile.

E cosa dicevano, questi spiriti disincarnati? Fin dal principio, si dichiararono disposti ad aiutare il conte, rivelando l’ubicazione del tesoro. Però… Sì, c’era un però. Non erano disposti a farlo gratuitamente. I fantasmi volevano che il conte facesse una donazione a un’associazione spiritica, come “prova di fiducia”: un piccolo sacrificio, per un tesoro che valeva milioni. “Cercate, cercate, versate denaro, e troverete”, pare avessero detto, col sistema del bicchierino.

E così, l’uomo sborsò 25.000 lire: al cambio attuale, più di 20.000 euro. Una bella sommetta, tanto per cominciare… Ma non bastava. Per diverso tempo, le sedute andarono avanti, tra rivelazioni sul luogo, ritrattazioni, ricerche del tesoro, e – ve ne stupite? – nuove richieste di denaro. Ogni tanto, gli spiriti si toglievano anche qualche soddisfazione: si facevano violenti, se la prendevano con il conte. La descrizione che ne fa La Stampa il 31 dicembre è tutta da ridere:

Gli spiriti erano qualche volta di cattivo umore e allora, insieme al picchiar del tavolino, si udivano certi colpi secchi che la fatalità voleva che cadessero sempre sulla testa del padrone. Spiritacci ineducati! Eppure, bisognava tollerare simili facezie! Chi ha dimestichezza coi fantasmi, sa che essi alcune volte sono presi dalla mania di percuotere i loro evocatori, che li obbligano ad uscire dal regno delle ombre per servire ai loro personali interessi. Queste tangibili manifestazioni manesche si verificavano per lo più quando i partecipanti alle sedute scendevano nei sotterranei per seguire le indicazioni date che dovevano condurre alla scoperta del tesoro.

Ma il cattivo umore si manifestava a sbalzi e sembra che, benché spiriti, avessero però un naturale timore delle armi da fuoco perché un tale che una volta assistette ad uno di questi esperimenti, fatto avvertito del sistema inurbano di questi spiritelli maligni, trasse la rivoltella e disse: “Il primo spirito che mi schiaffeggia io lo ammazzo per la seconda volta!”. Pronunciamento che sembra sortisse il suo effetto perché di tutti gli scapaccioni che anche in quell’occasione volarono, non uno solo cadde sulla sua testa, ma tutti sulla testa del padrone pel quale avevano una speciale predilezione.

In queste sedute De Marta aveva coinvolto anche un muratore torinese, analfabeta, che alla sera fungeva da medium, e al mattino eseguiva gli scavi. È possibile che non fosse complice nella truffa: per lui quello era un incarico come un altro, anzi meglio, perché “mangiava bene e beveva meglio lavorando poco”. Certo, quelle sedute spiritiche lo annoiavano, ma si consolava alla sera con una bottiglia di barbera, e al mattino era pronto per riprendere gli scavi.

Però i risultati scarseggiavano, e il segretario doveva ben trovare una giustificazione. Inizialmente se la cavò dando la colpa ai fantasmi. Non venivano forse chiamati spiriti burloni? De Marta scriveva al conte lunghe lettere in cui si lamentava della loro scarsa collaborazione, li chiamava con i più fantasiosi epiteti, garantiva che non si sarebbe più “lasciato prendere a gabbo” da loro. Poi, pensò bene di far trovare qualcosa, per far sì che Ludovico Saluzzo non perdesse interesse.

E così un mattino, dopo aver scavato in un angolo del parco fino alla profondità di quasi due metri, saltò fuori un’anfora, su cui erano incise le lettere: T.S.R.M. F.M.C.C. La dicitura venne interpretata come “Tesoro Margherita di Foix. Anno 1200”. Al suo interno, si trovavano due pergamene in latino. Nessun dubbio che si trattasse di un falso (La Stampa del 1° giugno 1922 dirà che era “antichissima, fabbricata pochi giorni prima a Torino”). E forse sarebbe bastato quel riferimento a Margherita di Foix, vissuta oltre due secoli dopo la data indicata.

Ma il conte ci credette:

Egli, poveretto, era ormai in condizioni di suggestione tale, che non seppe neppure discernere il grossolano trucco. Egli non vide la carta gialliccia, il cui uso comune doveva essere quello di avvoltolare il formaggio, non pose mente alla dicitura in carattere tondo, ai numerosi strafalcioni di cui erano infiorati i documenti scritti in un latino più che maccheronico. (La Stampa, 31 dicembre 1921)

Era, per lui, la dimostrazione che qualcosa c’era davvero là sotto, che gli spiriti stavano cominciando a cedere: lo show poteva continuare. Le sedute andarono avanti, gli scavi anche, le richieste di nuovo denaro pure. Il sottosuolo della villa era stato ormai completamente rivoltato.

Alla fine anche il conte si stancò di quei continui insuccessi. Commentava il quotidiano torinese:

Disgraziatamente tutto ha un termine quaggiù, anche la dabbenaggine. (La Stampa, 31 dicembre 1921)

Il conte Ludovico si confidò con un amico: gli raccontò del tesoro nascosto, delle sedute col medium, e del fatto che per propiziarsi gli spiriti avesse ormai speso centomila lire. L’amico trasecolò: centomila lire? Con molto tatto e molta pazienza, l’uomo cercò di far aprire gli occhi al conte. Ci volle parecchio, ma il dubbio si insinuò nella mente del truffato, che alla fine prese una risoluzione: licenziare il segretario. E forse la cosa sarebbe finita qui se l’uomo non avesse insistito per avere il suo compenso arretrato.

Alla fine il nobile denunciò la truffa e raccontò le sue pene al più vicino commissariato. Il comandante della Questura, che La Stampa identificava con il “cavalier Rossi”, perquisì l’abitazione di De Marta, che non sapendo della querela non aveva ancora provveduto a cambiar domicilio. Trovò la chiave di una cassetta di sicurezza e alcune monete antiche che forse dovevano servire a proseguir la commedia.

L’ex segretario, tratto in arresto, dapprima recitò la parte dell’”allucinato in diretta comunicazione con l’aldilà”, affermando di far parte di una grande Associazione spiritica internazionale. Ma il commissario, che lo conosceva già per averlo arrestato più di una volta, non si lasciò convincere.

Il processo si svolse cinque mesi dopo. A riportarne i punti salienti fu La Stampa del 1 giugno 1922. Il conte si era costituito parte civile. In quell’occasione, rivelò anche come era iniziata tutta quella storia: con una sfilza di lettere anonime arrivate al suo domicilio. Preoccupato per quelle minacce, Ludovico Saluzzo era entrato in contatto con un giovane che era presentato come “un Sherlock Holmes redivivo, uno specialista in ricerche misteriose, un detective insuperabile”: Michele De Marta, appunto. Assunto come segretario, si mise subito a caccia del colpevole.

Inizialmente, aveva chiesto del denaro da spendere in “pubblicità” su giornali americani e inglesi. Cosa c’entravano questi annunci sulla stampa estera con un anonimo locale? Non è dato sapere. Ma il conte non si fece troppe domande e pagò il conto. Poi, De Marta aveva cominciato a tirar fuori gli spiriti.

Non sappiamo bene come si fece questo passo ulteriore, ma non era raro che si incolpassero i fantasmi per l’invio di missive e lettere anonime: era accaduto nel casi di Senofonte Squinabol e di piazza Statuto, e forse anche questa volta. Ad ogni modo, la vicenda ebbe un’ulteriore virata quando saltò fuori la storia del tesoro.

Il resto ve lo abbiamo già raccontato. De Marta si prendeva, oltre allo stipendio di 500 franchi francesi, una diaria di 20 franchi, più le spese (che c’erano sempre). Ogni tanto cercava di dare qualche contentino al suo datore di lavoro, per far sì che la commedia continuasse: ci provò prima con la pergamena, poi facendo apparire i fantasmi in carne ed ossa:

Una notte tra i merli del castello (ci sono tanti merli in certi castelli) i commossi astanti, che erano nel giardino, videro un fantasma che s’agitava come in un’aureola bianca. Quel fantasma era impressionante! […] Si seppe poi, ma tardi, che quel fantasma abitava a Torino via Baretti 51 e di giorno rispondeva al nome di Giuseppe Golea, di professione muratore. Il De Marta l’aveva incaricato quella notte di andare sulla torre del castello ad agitare un lenzuolo.

Poi, erano saltate fuori alcune monetine del Diciassettesimo secolo – uno sbalzo di cinque secoli rispetto all’anfora. Ma questo non insospettì il conte. In tutto questo, De Marta continuava a presentare le sue note spese: pur trafficando con gli spiriti, non aveva perso la sua concretezza. Una volta si fece rimborsare 5178,40 lire per una gita in carrozza, un telegramma e una seduta presso una chiromante (al cambio attuale, quasi 5000 euro).

Il conte pensò che era un po’ caro, ma poi “stimò che certe sedute possono essere complicate e pagò rassegnato pel buon nome e per la memoria della grande ava Margherita di Foix”. Un’altra volta il segretario affermò di doversi consultare con un “autorevole membro della Società Spiritica”, specializzato nell’evocazione di Marco Aurelio, Giulio Cesare e tutti gli eroi della romanità. Ottenne l’anticipo e partì… per i bagni. Fu dopo quest’episodio che il rapporto di collaborazione tra il conte e il suo segretario si concluse.

Al processo parlarono il nobil’uomo, i testimoni, e pure il fantasma, quello che era apparso tra i merli del castello. Secondo La Stampa, si esprimeva in piemontese e aveva un’aria molto seccata, malgrado il suo passato ultraterreno. Il quotidiano del 1 giugno riporta anche quest’interessante scambio tra il conte e il Pubblico Ministero:

– Ma ha creduto agli spiriti?

– Io sì, ci credono tanti.

Avv. Clarotti: – Ci credeva Massimo D’Azeglio.

Presidente: – E all’Associazione spiritica ha prestato fede?

– Sicuro. Non esistono forse Associazioni spiritiche? Ricordo che il De Marta andava e tornava, dicendo che aveva necessità di incontrarsi coi medium dell’Associazione. (La Stampa, 1 giugno 1922)

Venne interrogata anche Nina Azzeglio, “sonnambula-veggente-chiromante”, che aveva preso parte ad alcune delle sedute. Prima la donna si trincerò dietro al “segreto professionale”, affermando che la chiromanzia aveva le sue esigenze e lei non poteva parlarne di fronte ad estranei. Poi, quando il giudice minacciò di arrestarla come teste reticente, cambiò registro (“la Sacerdotessa, che ha il dono della divinazione, capì che le cose si mettevano male”, commentava il giornale). Raccontò che sì, lei aveva sempre annunciato che il tesoro sarebbe stato trovato: lo aveva visto.

– Come? L’ha veduto? Dio che vista…

Teste: – Sì, in sogno. Non avrei mai creduto però che il De Marta, che io stimavo, finisse su quella panca.

Avv. Farinelli: – Gli spiriti non glielo avevano detto?

La chiromante lancia un’occhiata di sdegno e continua a parlare delle sue evocazioni, della sua scienza, delle sue Sibille, tutta roba che non ha nulla a che vedere colla causa. (La Stampa, 1 giugno 1922)

Alla fine, arrivò la sentenza. Gli spiriti e gli antenati del nobile conte furono lasciati in pace, i loro intermediari anche. Il Pubblico Ministero chiese due anni e quattro mesi di reclusione per De Marta, e a tanto il Tribunale lo condannò.

Niente male per una storia di fantasmi.