L’ipnotizzatore e i numeri al lotto

L’ipnotizzatore e i numeri al lotto

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Giandujotto scettico n° 81 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Il Giandujotto scettico si è già occupato sia di ipnotismo, sia di gioco del lotto. Nel caso dell’ipnotismo, avevamo raccontato una vicenda che avrebbe avuto per scena, nel 1952, una villetta della periferia torinese. Lì un uomo, per incontrarsi con la sua bella, rendeva incosciente ed innocuo il di lei consorte… ipnotizzandolo. Una vicenda dai confini incerti, in cui probabilmente i complessi legami fra i tre potevano spiegare molto di più rispetto all’impiego dell’ipnosi.

Nel caso del lotto, invece, si trattava di una probabile leggenda metropolitana ottocentesca: in via Arsenale, nel centro di Torino, un truffatore sarebbe riuscito a intascare copiose vincite con un raggiro particolarissimo. Faceva infatti arrivare tramite una rondinella i numeri estratti in altre città, prima che giungessero agli stessi intendenti della capitale sabauda… O almeno, così si raccontava.

Ci mancava, però, una vicenda in cui le virtù paranormali dell’ipnosi e l’estrazione dei numeri al lotto andassero a braccetto. Ebbene, a quanto ne sappiamo, una cosa del genere accadde davvero – e, ancora una volta, nel cuore di Torino.

Quando l’episodio ebbe luogo, alla fine del 1941, l’Italia ed il mondo si trovavano nelle prime fasi della Seconda Guerra Mondiale. Da pochi giorni gli Stati Uniti erano entrati in guerra, dopo l’attacco aereo giapponese contro la base di Pearl Harbor, e i tedeschi tentavano disperatamente di prendere Mosca. Le forze armate italiane combattevano quelle del Commonwealth al confine tra Libia ed Egitto, mentre gli schieramenti aeronavali contrapposti si scontravano ogni giorno nel Mediterraneo e il Corpo di spedizione italiano in Russia (CSIR) aveva iniziato la sua tragica missione nelle pianure sovietiche. Le incursioni aeree su Torino ancora erano rare. Due erano state condotte dai britannici l’11 e il 12 settembre, ma si erano registrati solo due morti e danni limitati.

Per cercare di fare il colpo gobbo in mezzo a quei drammi, niente di meglio che tentare la fortuna al lotto, giusto? Le estrazioni pubbliche in quegli anni avvenivano presso il Palazzo della Regia Intendenza di Finanza, in via Guicciardini.

Era il pomeriggio di sabato 20 dicembre 1941, e la gente era riunita in massa, come allora era comune, per assistere di persona all’estrazione dei bussolotti. Per tradizione l’operazione era condotta da uno degli orfani ospitati presso la Casa Benefica che aveva sede in via Susa 15 (l’edificio sarà distrutto nel bombardamento aereo del 20 novembre 1942, che causò in città 177 morti).

Beh, secondo Stampa Sera del 22 dicembre, in mezzo al gruppo c’era un individuo che sosteneva di essere un “ipnotizzatore”. Ma non solo! Grazie al suo fluido magnetico, l’uomo era in grado di ottenere qualsiasi cosa… Disse perciò che avrebbe influenzato il ragazzo a distanza, facendo uscire i numeri che voleva. L’attesa era grande. Il preteso ipnotista impose l’estrazione del numero 8, e… ecco che il ragazzino estrasse davvero l’8! Esclamazioni di meraviglia tra i presenti, che a quel punto suggerirono al “mago” gli ulteriori numeri da chiedere.

“Vogliamo il 75!” Estratto, l’85.
“Vogliamo il 5!” Estratto, il 4.
“Vogliamo il 46!” Estratto, il 9.
“Vogliamo il 90!” Estratto, l’80.

Delusione generale, con l’uomo che azzardava spiegazioni sul perché, dopo il successo iniziale, le cose fossero andate a catafascio.

L’ipnotizzatore, vantandosi perché aveva indovinato il primo uscito, ingarbugliò una quantità di spiegazioni sulla mancata efficienza della sua volontà sulla mano del ragazzo; ma nessuno si convinse.

Risultato della partita: calcolo della probabilità 1; fenomeni paranormali 0.

Del resto, l’idea che durante il “sonno ipnotico” (con cui peraltro venivano identificate condizioni molto diverse, dagli stati alterati di coscienza ai sintomi neuropatologici) si potevano scatenare forze medianiche o manifestarsi fenomeni paranormali, arriva da lontano, dallo stesso antecedente dell’ipnosi: il mesmerismo. Quest’ultimo, in voga negli anni di fine Settecento (anche in Piemonte), era stato poi largamente soppiantato dall’ipnosi e dai primi tentativi di spiegare in termini neurologici il “sonnambulismo”. In tutto questo, e nella lotta tra sostenitori e detrattori della pratica, non era raro veder tirato in causa il lotto a fini polemici: se quelle trance erano reali, se davvero quelle sonnambule erano in contatto con gli spiriti e avevano accesso a conoscenze ultraterrene, perché non rivelavano agli astanti le prossime uscite del lotto? Ecco, in qualche caso almeno ci provarono.

Il 27 gennaio 1889, ad esempio, la prima pagina del settimanale Roma antologia era interamente occupata da un articolo di un prete calabrese, don Filippo Dinàmi (morto nel 1904), cappellano a Gerocarne (Vibo Valentia). Dinàmi era il classico studioso di metapsichica dall’approccio razionale: i fenomeni forse esistevano, ma la gran parte di essi era dovuta a errori, illusioni, frodi. Per spiegare i restanti, bisognava pensare a delle “forze naturali sconosciute” che prima o poi la scienza avrebbe dimostrato… Gli spiriti non erano necessari – e nemmeno i demòni, si direbbe. L’articolo di Roma antologia, intitolato “La previsione del futuro”, era basato proprio su questa idea: e per meglio spiegare gli inganni che costituivano il grosso dei fenomeni, ecco che Dinàmi presentava un paio di esempi di chiaroveggenza fallita. Il primo ha a che fare proprio con il lotto.

“Una signorina della Calabria” entrava spontaneamente “in stato ipnotico” perché “affetta da catalessi”. Una volta, mentre si trovava in quella condizione – qualsiasi ne fosse la causa – il padre non perse tempo e le chiese subito i numeri da giocare al lotto. La figlia “glieli spippolò sull’istante”. Convintissimo della rivelazione, giocò una somma cospicua sulla ruota di Napoli, e addirittura, sicuro di raccogliere la vincita, si recò di persona in quella città. Immaginate la sua sorpresa quando scoprì che non era uscita “neppure la coda di un numero”.

Quante speranze deluse! Quanti disegni troncati in erba! La sirena del mar Tirreno che poco prima gli si era offerta allo sguardo con tutto il fascino delle sue attrattive, or gli appare tutta rannuvolata e piena di tristi malinconie.

Siamo ancora in una fase precedente a quella del nostro episodio torinese. La giovane di cui parlava Dinàmi era in grado di prevedere il futuro; l’ipnotista sabaudo, invece, poteva direttamente influenzare la mano dell’orfanello che stava per estrarre il bussolotto. Ma in entrambi i casi, condizione ipnotica e capacità di battere le leggi della matematica venivano legate indissolubilmente: e doveva essere una cosa comune, fra Ottocento e Novecento.

Nel caso calabrese, questo fu occasione per una secca perdita patrimoniale. Mezzo secolo dopo, nella più moderna Torino, probabilmente soltanto di frizzi e lazzi verso uno sconosciuto: un ignoto, ma non per questo a noi meno caro, ipnotizzatore sabaudo.

Immagine: Eugenio Bosa, Estrazione del gioco del lotto in Piazzetta San Marco, 1845-1847, dipinto ad olio su tela, cm 238 x 336, Musei Civici di Santa Caterina, Treviso.