Gli spiriti notturni di via Principe Amedeo e le ingiurie al Duce

Gli spiriti notturni di via Principe Amedeo e le ingiurie al Duce

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Giandujotto scettico n° 80 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Questa è un’altra vicenda di fantasmi della quale non sappiamo moltissimo. Emerge un po’ di striscio, da un articolo de La Stampa del 4 maggio 1927. L’argomento principale era un processo per ingiurie verso il primo ministro: un reato gravissimo, tanto più che all’epoca titolare della carica era Mussolini, che aveva instaurato la sua dittatura personale nel gennaio del 1925.

I fatti erano andati così. Delfina Risso, proprietaria di un immobile in via Principe Amedeo 46, si era recata dai suoi inquilini per il pagamento della pigione. Elvira La Bella, sua affittuaria, aveva chiesto di posticipare il pagamento, che al momento non poteva effettuare a causa dei suoi guai economici. La discussione era degenerata in alterco e le donne si erano scambiate parole ingiuriose. La Risso aveva chiamato i suoi affittuari “gente da marciapiedi” e l’altra aveva replicato sullo stesso tono.

A quel punto i tre figli di Elvira erano corsi in suo soccorso, a quelli si erano aggiunti alcuni ospiti che in quel momento erano a pranzo dai La Bella. Poi dalle parole si era passati alle vie di fatto: vere e proprie colluttazioni, un vaso di fiori in frantumi, piante di garofani distrutte. Alla fine l’intervento di tre militari, richiamati da uno dei figli di Elvira, aveva sedato la scazzottata. Non essendoci stati feriti gravi i militi avevano consigliato ai contendenti, se lo ritenevano, di procedere per vie legali. Cosa che avevano tutti fatto, reciprocamente. Tuttavia la posizione più grave sembrava quella della Risso: la famiglia La Bella aveva infatti accusato la proprietaria di casa di aver pronunciato, nella foga, un’ingiuria contro il Duce.

Tutto questo non ci interesserebbe, se non per un fatto: La Stampa coglieva l’occasione per raccontare quanto tempo dopo era capitato in quell’alloggio. Poco dopo la rissa nell’appartamento avevano cominciato a verificarsi fenomeni inquietanti. La prima apparizione dei “folletti” era avvenuta il 22 ottobre 1926 e le “manifestazioni spiritiche” erano andate avanti per una decina di giorni. Si trattava di colpi violenti nei muri, di rumori di passi, di bicchieri che andavano improvvisamente in frantumi e di cassetti che si aprivano e si rovesciavano. Con una particolarità: di indole opposta a quelli degli eventi di via della Rocca, gli spiriti di via Principe Amedeo apparivano soltanto di notte e col buio più totale.

Racconta La Stampa:

Bastava che la fitta oscurità dell’ambiente fosse tolta da una qualunque fiammella, perché gli spiriti si ricacciassero nei misteri fondi da cui provenivano e la casa ridiventasse quieta e sicura.

Il caso interessò i giornali, e sembra che una folla sempre maggiore di curiosi stazionasse ogni sera sulle scale e nelle adiacenze del caseggiato (secondo La Stampa, per “provare il frisson di qualche emozione nuovissima”).

Una situazione tutt’altro che inusuale: ghost riots e assembramenti di fronte alle case dei fantasmi, come ormai chi frequenta questa rubrica ben sa, erano la norma.

Nel caso di via Principe Amedeo i capannelli durarono fino a quando, oltre ai cultori di scienze occulte, sul luogo apparvero anche i funzionari di polizia. E fu proprio il commissario della Sezione di Borgo Dora, dottor Mondino, a risolvere la situazione. Gli bastò diffidare i fantasmi, con questa frase:

Farò tradurre in Questura tutte le persone che danno ospitalità agli spiriti, se questi compariranno ancora.

Erano tempi in cui l’autorità non andava troppo per il sottile… Ma funzionò. Quella sera gli spiriti scomparvero, e non fecero mai più ritorno.

Poco dopo tutta la famiglia La Bella lasciò il caseggiato per trasferirsi altrove e il caso dei fantasmi non ebbe strascichi giudiziari. I membri della famiglia La Bella furono invece condannati per minacce e lesioni, ma con la condizionale e la non iscrizione. Alla fine se la cavarono con una semplice pena pecuniaria.

La padrona di casa, invece, fu assolta dall’accusa di aver ingiuriato il capo del governo: in aula si proclamò fervente mussoliniana e nessun testimone riuscì a dimostrare che quelle frasi fossero state effettivamente pronunciate. Alla rissa avevano assistito solo le altre parti in causa.

Forse gli spiriti avrebbero potuto dirimere la questione. Ma, memori delle parole del commissario o forse per la troppa luce del giorno, non comparvero a testimoniare in aula.

Immagine: La copertina de “Il Cesare di cartapesta: Mussolini nella caricatura”, di Gec (Enrico Gianeri), Grandi Edizioni Vega, Torino, luglio 1945