La lunga notte della nube rossa

La lunga notte della nube rossa

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Giandujotto scettico n° 75 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Fra le 19 e le 19.30 di martedì 23 febbraio 1971, i giornali torinesi, i Vigili del Fuoco e la Polizia, furono investiti dalle telefonate. Da tutto il Piemonte, in particolare dalle province di Cuneo e Torino – ma avvistamenti ci furono anche in Liguria e in parte della Lombardia (Il Giorno, Libertà, Il Messaggero, 24 febbraio 1971) – migliaia di persone osservarono un vistoso fenomeno luminoso, una “grande nube rossa” visibile a ovest, in apparenza non troppo sopra la cresta delle Alpi. Per diversi testimoni si trovava sopra la val Susa: era un parallelepipedo con la scia, un cono rovesciato, un fungo luminoso che si spostava maestoso e cambiava forma lentamente, visibile per parecchi minuti…

Probabilmente fu fotografato da più parti, ma a noi è giunta solo un’immagine scattata a Caluso, nel Canavese, in direzione del monte Punta Quinseina: è quella che vi mostriamo qui sopra. Non sappiamo quanto sul serio, ma La Stampa raccontò che qualcuno aveva persino visto “dei robot affacciati ai finestrini del disco volante” (La Stampa, 24 e 25 febbraio 1971, Stampa Sera, 25 febbraio 1971). Non sorridiamone troppo. Sappiamo dalla storia del mito ufologico che ovunque, e anche in Italia, i testimoni in passato hanno descritto alieni umanoidi o astronavi, mentre in realtà vedevano bolidi, palloni sonda o il disco lunare.

Il missile francese Tibère e il suo posto nella storia dell’astronautica

Meno di ventiquattr’ore dopo gli eventi, arrivò la spiegazione. A renderla nota fu l’ente pubblico francese per la ricerca aerospaziale, l’ONERA (Office National d’Etudes et de Recherches Aérospatiales). Nella prima serata di martedì 23 febbraio, dal poligono di Biscarrosse, sulla costa atlantica (dipartimento delle Landes), era stato effettuato il lancio di uno dei tanti missili e razzi che nel corso degli anni partirono da lì.

Dopo l’indipendenza algerina (1962), infatti, la Francia aveva dovuto abbandonare il grande poligono sahariano di Hammaguir, e così, con una certa fretta, fu allestito il nuovo centro di lancio sperimentale sulle coste sud-occidentali del Paese. I primi esperimenti furono effettuati nel marzo del 1964. Il ruolo del poligono di Biscarrosse fu fondamentale per mettere a punto la strategia di deterrenza nucleare francese, che si basava (e si basa) in larga misura su missili balistici intercontinentali (ICBM), lanciabili sia da terra, sia da sottomarini in immersione.

Nella realizzazione degli ICBM, è fondamentale mettere a punto i “veicoli di rientro”: una volta che il missile ha raggiunto l’apogeo, il punto più distante dalla Terra, questi missili scendono infatti a velocità ipersoniche verso l’obiettivo, distante migliaia di chilometri dal sito di lancio. In questa fase, le testate nucleari viaggiano in appositi “contenitori” che ne garantiscono l’integrità fino al loro innesco.

Quella sera i francesi sperimentarono proprio uno dei veicoli di rientro. Il missile usato era denominato “Tibère”, era lungo 14,4 metri e pesava 4,52 tonnellate. Aveva tre stadi, l’ultimo dei quali portava anche il “carico pagante”, ossia l’oggetto che poi, in concreto, doveva rientrare nell’atmosfera simulando la testata nucleare. Il lancio del 23 febbraio raggiunse un apogeo di 130 (altre fonti dicono 150) chilometri. Il rilascio del carico pagante avvenne quando il terzo stadio scese a una quota inferiore ai 60 km. Le velocità previste per il suo rientro erano comprese fra 13 e 16 Mach. Dopo dieci secondi fu comandata la distruzione del carico. Si produsse dunque una forte luminosità dovuta all’esplosione. Un secondo Tibère (lo 02) fu lanciato il 18 marzo 1972. Anche quella volta diede luogo a un’ondata di avvistamenti UFO, che però non toccò l’Italia.

Gli avvistamenti della sera che ci interessa coinvolsero non soltanto buona parte della Francia, ma anche parte della Spagna, sino alle isole Baleari.

Come ragionarono gli ufologi

Episodi come quello di cui stiamo discutendo fanno emergere un altro aspetto peculiare dell’ufologia. A fronte di una spiegazione evidente e disponibile in tempi abbastanza rapidi, si attivò il tentativo di “salvare in corner” il caso e di perpetuarne l’aura di mistero. In particolare, alcuni ufologi si diedero a una delle attività in cui a quei tempi eccellevano: la raccolta minuziosa di testimonianze per mettere in luce eventuali divergenze rispetto a ciò che ci si poteva aspettare dal lancio di un missile nell’alta atmosfera (attività, quella della raccolta, in cui erano più bravi di tanti scettici, sovente superficiali e sprezzanti nei confronti degli osservatori).

Possiamo trovare ampia traccia di questi resoconti in alcuni numeri del bollettino del Centro Ufologico Nazionale (nn. 38 e 39 di marzo-aprile e giugno-luglio 1971), ma lo stesso ragionamento si trova anche in un volume collettivo del 1990, UFO in Italia. Il periodo 1955-1972 (UPIAR, Torino, pp. 248-254).

Le eccezioni lodevoli ci sono, però. Per l’episodio del 23 febbraio 1971, sono rappresentate dal pezzo che Paolo Toselli, del Centro Italiano Studi Ufologici (CISU), scrisse per il n. 7 (pp. 8-11) della rivista dell’associazione. Le sue conclusioni, per questo come per altri casi analoghi, erano chiare già quando uscì quell’articolo, nel 1989.

La dispersione oraria delle testimonianze “vere”, quelle sul Tibère, era già ampia senza bisogno di aggiunte erronee. Al di là delle normali imprecisioni degli osservatori, le scie ionizzate e illuminate dal Sole che si trovava già sotto l’orizzonte rimasero visibili a lungo, e questo portò a una gran quantità di orari diversi.

Se a tutto ciò si aggiunge l’indebito accostamento con altri avvistamenti avvenuti a partire dalle 22 (e che, qualsiasi ne fosse la causa, non presentavano legami con quanto avvenuto alcune ore prima), la logica pseudoscientifica dell’insieme dovrebbe risultare chiara: per gli ufologi più credenti le testimonianze non erano compatibili con il lancio del Tibère, doveva esserci qualcos’altro.

Quando la scienza fallisce la comunicazione

Abbiamo accennato, nella storia della “nube rossa”, al ruolo interpretati dai vari “attori”: i testimoni, con le normali aspettative e gli altrettanto normali errori percettivi e cognitivi; i giornalisti, con l’esigenza di dare notizie di cronaca in fretta; gli ufologi, magari ragionevoli, ma con un’attenzione eccessiva alle testimonianze diverse dalla media, trattate come se potessero nascondere chissà quali verità e non, invece, errori più ampi di di quelle degli osservatori “più bravi”…

Ma in questo clamoroso caso ufologico, un ruolo fu svolto anche da uno scienziato. Si trattava del direttore dell’Osservatorio astronomico di Pino Torinese, il professor Mario G. Fracastòro (1914-1994). Intervistato da La Stampa la stessa sera dell’accaduto, probabilmente senza conoscere le testimonianze arrivate, concluse che doveva trattarsi di una nube nottilucente (che i giornali chiamarono per errore “nottiscente”). E che doveva trovarsi verso ovest rispetto al Piemonte, alta dieci chilometri, su cui il Sole aveva riflesso la sua luce. Ora, a parte il fatto che le nubi nottilucenti si trovano in media a 76-85 chilometri di quota, e che osservarle d’inverno alle latitudini del Piemonte è cosa rara, pensare che quel fenomeno potesse render conto della dinamica complessiva dell’evento era un azzardo.

Un’opinione così frettolosa faceva il gioco dei sostenitori a spada tratta della realtà degli UFO: ecco la “scienza ufficiale” – potevano dire – che, pur di negare la realtà di quei fenomeni, si arrampica sugli specchi! In realtà, già la mattina del 25, sia pure in poche righe, la stampa italiana aveva recepito le informazioni provenienti dalla Francia circa la vera natura dell’episodio. Un paio di giorni dopo, evidentemente apprese migliori notizie, Fracastòro corresse il tiro e in un’intervista a un giornale radio RAI parlò con maggior precisione di “un oggetto rientrato nell’atmosfera”. Ma, ormai, la frittata era fatta.

Gli avvistamenti dei piloti, fonti di ulteriore equivoco

Gli articoli più scoppiettanti di tutti, però, furono quelli che il giornalista Ito De Rolandis (1934-2020), prolifico autore delle cronache “misteriose” di quegli anni, scrisse per la Gazzetta del Popolo di Torino il 24 e il 25 febbraio. I suoi pezzi, infatti, erano costruiti in larga misura sull’idea che il fenomeno fosse riconducibile a un oggetto precipitato sulle Alpi: in gergo, a un UFO crash.

A facilitargli le cose furono gli errori percettivi commessi da due piloti in volo sull’Italia nord-occidentale. Il primo, ai comandi di un aereo passeggeri della TWA, alle 19.46 si mise in contatto radio con l’aeroporto di Milano-Linate sostenendo di vedere un “cono rovesciato” in fiamme a 20.000 metri di quota schiantarsi poi sulla zona del Monviso. Il secondo, alla cloche di un aereo privato proveniente da Parigi, comunicò alla torre di Torino-Caselle una cosa simile, dicendo che vedeva una specie di “pallone frenato” luminosissimo.

Probabilmente per discrezione, De Rolandis chiamava il primo pilota “Attilio Zimek”, ma in realtà si trattava del comandante Alfonso Isaia (1910-1988), capo del servizio aeromobili della FIAT. All’epoca fu rintracciato e intervistato da due fra i pochissimi ufologi di orientamento razionale del tempo, Dario Camurri e Renzo Cabassi: e nel descrivere con cura ciò che aveva visto volando fra Lombardia e Piemonte, smentiva in modo netto di aver visto il corpo “precipitare” sulle Alpi. Per lui – correttamente – doveva trattarsi di un qualche corpo dotato di scia.

Un terzo caso di osservazione da parte di un pilota fu quello dell’Alta Val Nervia, al confine tra Francia e Imperiese: in questo caso, l’uomo affermò di averlo scorto “precipitare” (e stavolta l’ennesimo giornalista spostò l’orario della sua osservazione alle 22). Il guardiano di una diga posta nel comune di Pigna (Imperia) aveva inoltre raccontato ai Carabinieri del posto di aver visto per tutta la notte i bagliori dell’oggetto caduto, riflessi sulla neve, in alta montagna. In questo modo, gli errori si sommarono agli errori, e i giornali, ghiottamente, li descrissero uno per uno, aggiungendoci del loro (Stampa Sera, 24 febbraio). L’enfasi sulla “caduta sulle Alpi” fu accentuata nei periodici locali piemontesi, che parlarono di ricerche dei Carabinieri nella zona sopra Crissolo (Cuneo) – ovviamente senza alcun esito (L’Unione Monregalese, Mondovì, 25 febbraio; Il Popolo, Tortona, 28 febbraio).

Tutto ciò fece pensare ad un qualche oggetto misterioso schiantatosi in territorio italiano, relativamente vicino agli osservatori. In casi come il nostro, generati da fenomeni luminosi ad alta quota, avviene spesso. Quella volta, però, il caso fu considerato particolarmente “solido”, perché tra i testimoni c’erano diversi piloti di aereo (e quindi degli esperti).

Cosa ci dice questo episodio ufologico?

Dal punto di vista della logica scientifica, quello che è importante conservare da eventi come questi non è l’infinita sequela dei dettagli delle testimonianze. È indispensabile raccoglierli con metodo, perché servono per costruire dati su cui produrre ipotesi, ma nulla di più.

  1. In episodi generati da fenomeni che hanno luogo a grandi altezze rispetto al suolo e che vengono scambiati per UFO, gli orari riferiti dai testimoni si distribuiscono sempre lungo una curva a campana: quelli più lontani dalla “punta” rappresentano gli errori più gravi, non evidenze di fenomeni diversi da quelli riferiti dalla maggior parte delle altre persone. Il 23 febbraio del 1971 probabilmente il picco orario è da collocarsi intorno alle 19.10 ora italiana.
  2. Non esiste una categoria privilegiata di testimoni. Astronomi, meteorologi, piloti di linea e militari possono benissimo prendere abbagli come tutti. Le loro capacità percettive sono le stesse di molte altre persone. Eventi ambigui, di breve durata, che si verificano senza preavviso producono errori e cattive interpretazioni, proprio come avviene fra la popolazione generale. L’esplosione del carico pagante del Tibère, comandato da terra, fornì la sensazione che qualche velivolo misterioso si fosse abbattuto al suolo, magari nella zona di confine franco-italiana. L’impressione della “caduta” fu riferita da numerosi altre persone, un po’ in tutti i Paesi interessati.
  3. Nei casi UFO che coinvolgono un altissimo numero di testimoni, gli scienziati hanno una responsabilità elevata. La sera del 23 febbraio 1971, un astronomo illustre ed esperto nel suo campo non resse alle richieste pressanti della stampa – e, malgrado non avesse sufficienti informazioni, buttò lì una spiegazione. Era l’opinione di una persona colta e abituata a ragionare; ma, senza dati da cui partire e senza ipotesi basate su quei dati, risultò sbagliata.

Tre regolette semplici, non trovate? Ma se commentatori e giornalisti le seguissero, i misteri degli avvistamenti UFO si ridurrebbero molto.