Il maniaco della Sindone

Il maniaco della Sindone

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Giandujotto scettico n° 74 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Se parliamo di pericoli corsi dalla Sindone, a molti verranno in mente le immagini del 1997: nella notte tra l’11 e il 12 aprile il duomo di Torino prese fuoco, e il sacro lino rischiò seriamente di finire in cenere. Noi, invece, vogliamo parlarvi di un’altra vicenda, assai meno conosciuta, accaduta venticinque anni prima: una storia di incendi, di presunte messe nere, di giornalisti smaniosi e di un’ossessione che ebbe per oggetto la reliquia torinese. È la storia del maniaco della Sindone.

Siamo nell’autunno 1972. Periodo di enormi tensioni politiche, con il terrorismo di sinistra e di destra in rapida crescita. Paure per trame eversive, attentati, violenze di strada, complotti vari da parte di estremisti di segno opposto… In questo quadro, nella notte tra il 30 settembre e il 1° ottobre, un principio di incendio scoppia nella cappella del Guarini, all’interno del duomo. È un rogo di modesta entità: vanno a fuoco due tovaglie che ricoprono l’altare, ma le fiamme si estinguono quasi subito da sole, senza ulteriori danni. La Sindone è protetta da un lastrone di amianto e non viene toccata. L’incendio però è manifestamente doloso, e la cosa preoccupa non poco. Curiosa (ed elaborata!), soprattutto, appare la modalità dell’incursione notturna. Così la ricostruisce il Corriere della Sera, il 3 ottobre:

L’”attentatore”, che potrebbe essere un maniaco spinto da propositi vandalici oppure un ladro intenzionato a rubare la reliquia, è penetrato nel tempio dopo essersi arrampicato sui tetti da una scala esterna e aver forzato una finestrella sulla sommità della cupola che sovrasta la cappella; di qui, attraverso una serie di cunicoli e di scale, è giunto in sacrestia, ha scoperto una porticina dissimulata nella parete tappezzata da pannelli di legno, l’ha aperta e si è trovato nel locale della sacra Sindone. Raggiunto l’altare ha rovesciato due vasi di fiori, ha divelto un pannello che protegge insieme ad un’inferriata la bacheca contenente il lenzuolo, poi ha appiccato fuoco ai lini che ricoprivano l’altare. Dopodiché se n’è andato.

Inizialmente monsignor Baldi, canonico del Duomo e prefetto della basilica di Superga, imputa il gesto a uno squilibrato (La Stampa, 3 ottobre 1972): nessuno può avere interesse a rubare la reliquia, e del resto sarebbe anche impossibile, protetta com’è da un sistema di inferriate mobili.

Ma è proprio allora che, fra le varie congetture, qualcuno avanza – prima timidamente, poi con sempre maggior forza – l’ipotesi della pista satanica. Tra i primi a farsi quell’idea c’è anche un personaggio di spicco, un altro religioso cattolico: è monsignor José Cottino, uno dei canonici della cattedrale, parroco nel quartiere della Crocetta e conoscitore della storia della reliquia, che a La Stampa dichiara:

“Alla congettura della liturgia sacrilega siamo giunti per esclusione dopo aver vagliato e scartato le altre ipotesi possibili: l’attentato o il tentativo di furto. Al di là di ogni considerazione sul “valore commerciale” di una reliquia, escluderei l’ipotesi del furto perché nessun ladro può pensare di riuscire a raggiungere in poche ore la cassa che contiene il lenzuolo, tante sono le inferriate e le casse metalliche che lo proteggono. Chi conosceva così bene la cappella della Sindone da riuscire a raggiungerla in piena notte, doveva anche sapere che rubarla era impossibile, a meno di usare una fiamma ossidrica”.

Insomma, qualcuno è entrato nottetempo nel Duomo e ha inscenato un rituale, “forse di natura esoterica o frutto di una religiosità esasperata partorita dalla mente di qualche esaltato”. A suggerire tale ipotesi, secondo il sacerdote, anche recenti casi di profanazione di tombe, come quelli verificatisi presso il cimitero abbandonato di San Pietro in Vincoli, nel centro cittadino. Non solo. Cottino non esita a far suoi i luoghi comuni delle cronache cittadine di quel periodo: Torino è una città nota per la presenza di numerosi cultori di “arti magiche” e “discipline occulte”. Sul luogo del misfatto, vi sarebbero stati alcuni segni evidenti di una cerimonia, come ad esempio la bruciatura sulla tovaglia, che presentava un’insolita forma circolare, quasi a formare una sorta di pentacolo. In più nella cappella erano stati rinvenuti i resti di una candela accesa, elemento imprescindibile per quasi tutti i rituali.

Non c’è da stupirsi che nella sua edizione del pomeriggio del 4 ottobre Stampa Sera titolasse così: ”L’ipotesi più probabile sulla misteriosa violazione: un rito di ‘Magia nera’ all’altare della Sindone”. Sembrava che l’Ufficio politico della Questura stesse indagando proprio in quella direzione. Un “giovane prete”, invece, paventava un’azione di gruppi di cattolici ultratradizionalisti contrari agli esiti del Concilio Vaticano II, che, in quel modo paradossale, secondo lui, potevano pensare di attirare l’attenzione sulla necessità di venerare di più le reliquie…

Il 5 ottobre, di nuovo intervistato da La Stampa, Cottino, (lo vediamo qui, in una foto scattata in quella occasione), appare più prudente: nessun tentativo di furto, ma ottima conoscenza del luogo che, in specie di notte, per i non esperti è un vero labirinto. A quel punto, considerate le modalità poco razionali dell’azione, a lui veniva da pensare di più a “un maniaco”, affetto da smanie religiose, che non a qualche tenebrosa organizzazione. Questo non escludeva, comunque, che il responsabile potesse aver inscenato qualche specie di rituale. Il cerchio con la parte di tovaglia bruciata era perfetto: chi aveva agito doveva aver versato qualcosa di infiammabile, come dell’olio, ma poi doveva esser stato attento a non provocare danni ulteriori (alcune tracce minori di bruciato gli sembravano accidentali).

Monsignor José Cottino mostra alla Stampa la grata che custodisce l'accesso alla Sindone

La logica di Cottino era sottile: certo, era un matto ad aver agito, ma comunque era qualcuno che per “parlare” usava un linguaggio specifico: quello del “rito religioso”. In questo modo, la griglia entro la quale interpretare il gesto rimaneva quella consueta (l’esecuzione di un rituale, l’importanza della reliquia), ma al tempo stesso poteva sminuire la personalità dell’esecutore: si trattava di un povero maniaco, e nient’altro.

La cosa, comunque, sembrava finita lì. Un periodo di silenzio durato due settimane, destinato a interrompersi il 21 ottobre. Quella notte, camminando sul tetto di Palazzo Reale, qualcuno arriva di nuovo alla cappella della Sindone e brucia ancora le tovaglie di lino, tra cui una intessuta d’oro! Come in altre occasioni, è Stampa Sera a lanciare gli strali più alti. Nel pomeriggio del 23, il giornale scrive che si è ripetuto quello che è senz’altro “un rito magico”, e che il responsabile ha bruciato un fazzoletto, come la prima volta.

Ecco un indizio inequivocabile della natura maligna dell’azione: l’individuo ha staccato da un muro il ritratto della religiosissima principessa Maria Clotilde di Savoia (1843-1911), morta “in odore di santità”. È stata anche svaligiata la cassetta delle offerte per il processo di beatificazione della principessa, che cattolici tradizionalisti in quegli anni cercavano di promuovere… Stavolta il responsabile, però, ha lasciato tracce: l’impronta di una mano annerita dal fumo su una statua.

Ecco un altro punto che è necessario tenere presente per capire meglio le conseguenze di questi eventi dimenticati. Uno dei canonici della cattedrale, monsignor Piero Coero-Borga (?-1986), era anche segretario del “Centro Internazionale di Sindonologia”, cioè del principale gruppo di sostenitori della realtà soprannaturale del manufatto. Coero-Borga ne approfittava per notare un fatto: la Sindone era assai più conosciuta all’estero che in Italia. Possibile che si fosse trattato di azioni compiute su commissione, impiegando un atleta e informazioni precise per arrivare alla cappella? A quel punto il maggior partito del tempo, quello cattolico, si allarmò. Il deputato Giuseppe Botta, esponente cittadino della Democrazia Cristiana, il 23 ottobre annunciò a Stampa Sera un’interrogazione parlamentare al Ministro della Pubblica Istruzione: dopo il primo attentato non era stata aumentata la sorveglianza alla cappella del Guerini.

Ma insomma, chi era il colpevole: un ladro acrobata? Un essere satanico dotato di strani poteri? Un matto? Intanto, si corre ai ripari: una guardia passa la notte nel locale, viene annunciata l’installazione di un antifurto agli infrarossi. Il sacrestano rammenta che in primavera un uomo aveva fatto irruzione nella chiesa urlando frasi sconnesse e mettendosi a fumare sigarette sull’altare maggiore, riuscendo però a fuggire prima che arrivasse la Polizia. Era lui il misterioso incendiario? Intanto, si interrogano i “maniaci” noti a Torino – questo il termine usato invariabilmente da La Stampa – ma senza risultati apparenti.

Poi, ecco uno sviluppo importante: una lettera inquietante arriva al parroco del Duomo. È un tentativo di estorsione. La notizia appare su La Stampa del 29 ottobre.

Dovete darmi dei soldi, mezzo milione, altrimenti farò saltare tutto. So adoperare bene la dinamite. Non scherzo. Non fatevi illusioni: è inutile che mi cerchiate, non mi troverete mai! Non bastano i vostri sistemi di allarme e di controllo, anche quelli che avete appena messo in funzione. Io posso colpire quando voglio, nulla mi fermerà. Sono imprendibile. Avete ormai una sola via d’uscita. Fino a oggi ho solo voluto dimostrare che posso entrare e uscire quando voglio. Adesso dovete pagare altrimenti farò saltare tutto!

Gli inquirenti sono incerti se l’autore della lettera sia un mitomane o se si tratti del vero intruso del duomo. La notte successiva gli tendono un agguato, depositando trecentomila lire in una cabina telefonica di corso Regina Margherita, ma nessuno si presenta a ritirarle (La Stampa, 30 ottobre).

Entro il 10 novembre, l’allarme ad infrarossi scatta due volte. La Polizia non trova nessuno, ma i tecnici sono perplessi: non credono a un malfunzionamento, o a qualche animale presente nell’ambiente (Corriere della Sera, 11 novembre 1972). Quando, nella notte fra il 1° e il 2 dicembre si avrà un nuovo allarme senza che si riesca a trovare nessuno, Stampa Sera non esiterà a scrivere che, visto che anche stavolta l’incursione è avvenuta in una notte fra un venerdì e un sabato, doveva trattarsi di una scelta legata “al rituale di magia che sembra guidare le azioni del maniaco”.

Il clima è teso. Il culmine giunge poco dopo, con un lungo articolo del giornalista Vittorio Messori, già interessato all’occulto e all’insolito, ma non ancora convertitosi al Cattolicesimo:

«Un misterioso individuo entra, nelle notti fra venerdì e sabato, nella cappella della Sindone, fa suonare l’allarme e scompare. L’altra notte ha lasciato un fazzoletto intriso di sostanze aromatiche non identificate. Prima aveva appiccato il fuoco alla tovaglia dell’altare. Monsignori e carabinieri fanno indagini. Ricerche tra i seguaci d’uno strano predicatore in Svizzera […]

Per la quinta volta in due mesi il “maniaco” della Sindone è riuscito a entrare nella cappella, ad avvicinarsi al lenzuolo che si dice abbia avvolto il corpo di Cristo insanguinato e a scomparire nel nulla. Quali passaggi misteriosi, quali sotterranei e cunicoli egli conosce? Viene voglia di ricordare le vecchie leggende torinesi, le quali raccontano che l’abate Guarini nel 1600, per costruire la cupola della cappella, tra il Duomo e Palazzo Reale, nel cuore dell’antica Torino, avesse stretto un patto col diavolo, tanto l’opera è ardimentosa». (Stampa Sera, 4 dicembre 1972)

Umberto Chierici, soprintendente ai beni monumentali del Piemonte, dice a Messori che gli sembra tutto assurdo, che non capisce come l’incursore faccia ad entrare, che è una faccenda degna delle storie horror all’inglese. Messori non crede che gli allarmi siano dovuti a topi o a pipistrelli, racconta che i giornali di mezzo mondo (Paris-Match, il tedesco Stern, il Miami News e un altro periodico americano, Esquire), ne hanno parlato ampiamente, si compiace. Riferisce di uno squinternato tedesco, un ex-cameriere, che da qualche anno dice che il Messia in persona gli ha rivelato che la chiesa cattolica vuole distruggere la Sindone perché in realtà è la prova che Gesù non è morto in croce…

E poi, sempre nel pezzo di Messori, ecco il tocco finale:

Per mons. Cottino, invece, siamo di fronte a riti magici di adoratori del diavolo nostrani. L’ipotesi non sorprende: il boom dell’occulto ha a Torino la sua capitale morale per l’Italia… sin dal Medioevo è segnalata dai libri magici come “luogo prediletto dell’occulto. Alla pari di Lione e di Praga (anch’esse chiuse tra due fiumi), gli altri due vertici del “triangolo nero” d’Europa.

La vicenda si concluse assai più prosaicamente qualche settimana dopo, la sera del 30 dicembre 1972. Il colpevole venne colto in flagrante, mentre si arrampicava su una grondaia del duomo. Un giovane lo vide, gli gridò di scendere. Suo fratello corse a chiamare la polizia. “Go away!” rispose lo sconosciuto, in inglese. E poi, in italiano: “Lasciatemi in pace”. Dietro il vandalo acrobata però non c’era un satanista, ma un uomo senza fissa dimora, di quarant’anni, originario di Cerignola, in Puglia, con qualche problema psichiatrico e pregiudicato. Con gli abiti stracciati, dichiarò agli inquirenti:

“Quando eravamo in carcere insieme, Gesù Cristo non voleva mai giocare a carte con me. Allora gli ho detto: so dove trovarti, quando esco ti vengo a cercare e ti brucio!”

L’uomo chiede di essere portato in galera, per poter mangiare. In Questura fa le capriole. La prima accusa è quella di aver rubato degli oggetti su un’auto nella quale è stato visto armeggiare poco prima che iniziasse una nuova arrampicata sulle pareti del duomo (La Stampa, 31 dicembre 1972).

Senza batter ciglio, lasciando da parte tutto quello che aveva ipotizzato senza neppure troppi condizionali qualche settimana fa, il maggior quotidiano torinese a quel punto chiude così la vicenda: Pover’uomo, non adepto di Satana.

Le cronache del tempo ce lo descrivono, impietose, in tutta la sua umanità – forse maggiore in lui, rispetto a chi in quei gesti disperati scorgeva oscure trame, messe nere, satanisti.

Al contrario delle apparenze, questo breve episodio di cronaca era destinato a lasciare un’eredità duratura. L’idea di un maniaco della Sindone, le dichiarazioni a tratti contraddittorie di chi l’aveva in custodia, il lungo articolo di Messori, vanno inseriti in un contesto più ampio. Sono l’inizio della popolarità della Sindone torinese, la sua consacrazione come fenomeno di massa, centrale per la religiosità cattolica italiana.

Questi eventi, in realtà modesti, impressionarono l’opinione pubblica (ma anche scrittori specializzati in “misteri” come Giuditta Dembech), permettendo il risorgere dell’attenzione su quel telo e dando una spinta alla comparsa di libri sulla reliquia. Tra questi, Attacco alla Sindone (edizioni SEI, Torino, 1978), opera del giornalista Ito De Rolandis (1934-2020), che all’epoca scriveva per La Gazzetta del Popolo e che giocò un ruolo rilevante nella nascita del mito della “Torino misteriosa”. In quell’occasione, De Rolandis scrisse un giallo ambientato nella città “occulta” da lui immaginata che prendeva le mosse proprio dagli eventi dell’autunno 1972, posti al centro di un mystery da edicola di stazione ferroviaria.

Al contempo, ecco giungere la prima ostensione della Sindone dopo quarantacinque anni, quella dell’estate 1978, che lancerà il manufatto come cult della sociologia religiosa del nostro Paese. Nello stesso anno, si svolsero le prime indagini scientifiche “moderne” sul telo, quelle dello STURP. In questo “rilancio”, le incursioni del “maniaco” – in realtà una persona isolata e in difficoltà – contro quel manufatto fino ad allora non troppo considerato, svolsero un ruolo importante: coloro che ne parlarono, in realtà desideravano che al centro dell’attenzione di tutti ci fosse la Sindone, cui tanto tenevano. Non lo sapevano, non ne erano coscienti, ma fu proprio quello il momento dell’inizio della vera fortuna economica, popolare, mediatica, turistica e “scientifica” della Sindone.