Il sogno premonitore dei coniugi

Il sogno premonitore dei coniugi

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Giandujotto scettico n° 5 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

L’articolo di Stampa Sera che ci ha tramandato questa vicenda collocò la storia nel quadro di una presunta manifestazione di telepatia. Per la sua natura, la festa di San Valentino ci fornisce l’occasione per presentarvela.

A dire il vero, più che di telepatia si direbbe che questo sia uno degli innumerevoli aneddoti circa gli episodi di sincronicità che sovente si raccontano fra loro le persone unite da legami affettivi – sino a fargli sospettare che in qualche modo questi legami possano concretizzarsi in una fenomenologia psicologica ai limiti del “paranormale”.

Accanto a quello, il nostro racconto presenta l’elemento del sogno premonitore, tanto che dalla fusione sincronicità/sogno lo sconosciuto autore del resoconto crea una narrazione perfetta, racchiudendola in una sola colonna del quotidiano, uscito al culmine della tragedia della Seconda Guerra Mondiale.

Era il 4 febbraio 1943. La VI Armata tedesca era appena stata cancellata dai sovietici nella sacca di Stalingrado e il corpo di spedizione italiano sul fronte russo si era dissolto nel sangue e nelle terribili ritirate invernali.

Quel giorno, il quotidiano piemontese spiegava che quello stesso 4 febbraio, col treno delle 7 e 40 da Savona, era giunta in stazione a Mondovì “una signora agitatissima” di Oneglia, nell’imperiese. Era diretta a Cuneo e aspettava la coincidenza. Doveva andare di corsa nel capoluogo della Provincia Granda perché lì, per lavoro, si trovava il marito, dal quale era separata di fatto da oltre quindici anni (siamo in epoca pre-divorzio).

Ma in che cosa consiste il motivo dell’agitazione e del viaggio precipitoso? La donna l’ha appena raccontato ai suoi compagni di scompartimento. La notte precedente ha fatto “un sogno orribile”: una grave disgrazia sta per abbattersi sull’uomo. Impressionata, vuole raggiungerlo per “perdonare e farsi perdonare” (notare: non per avvertirlo della catastrofe che pende sul suo cranio, quasi che la riconciliazione alluda all’annullamento del potere del sogno premonitore).

Ed ecco il piccolo capolavoro letterario. Appena scesa a Mondovì, la donna in stazione scorge… suo marito, che aspetta il treno per Savona! Come mai? Beh, perché anche lui ha fatto quel sogno, anche lui ha pensato alla moglie e ha deciso di andare in fretta ad Oneglia!

Ed ecco che la storia finisce in bellezza: il sogno premonitore non era annunciatore di disgrazie, ma di “cose liete”: la plausibile riconciliazione della coppia.

È impossibile risalire a chi fu l’autore del breve servizio di Stampa Sera. A voler fare un (ormai impossibile) fact-checking, bisognerebbe chiedersi come una storia del genere – senza morti, feriti, coinvolgimento degli organi di polizia o altro – sia potuta arrivare alle orecchie del cronista. Forse fu raccontata dai compagni di scompartimento (e allora sarebbe utile una riflessione sulla catena delle fonti), forse dai protagonisti stessi (e non è detto allora che la storia non sia stata un po’ abbellita).

Forse si trattò di una coincidenza molto curiosa, ma non impossibile, considerata la quantità di sogni fatti da tutte le persone del mondo nell’arco della propria vita; e a rigor di logica non strettamente “premonitrice”, dal momento che la disgrazia paventata non avvenne affatto. Quello che è certo è che l’autore dell’articolo, con il suo piccolo susseguirsi di colpi di scena, avrebbe potuto rifilare dei punti agli odierni docenti di storytelling.

Immagine: La stazione ferroviaria di Mondovì, come appariva nei primi decenni del XX secolo.